Oggi, nel corso del convegno “Salute mentale, stigma e comunicazione: la forza delle parole”, presso l’Istituto superiore di sanità (Iss), a Roma, in vista della Giornata mondiale della salute mentale (10 ottobre), è stato presentato il Vademecum “Informare sulla salute mentale”, frutto della collaborazione tra Rai Per la Sostenibilità – Esg, Ordine dei giornalisti e Dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 2, da oggi disponibile anche nella versione inglese. Il documento offre indicazioni concrete per una comunicazione capace di informare senza alimentare stereotipi, discriminazioni o rappresentazioni distorte.
A partire da queste indicazioni, possono essere sintetizzate dieci regole essenziali. Mettere la persona prima della diagnosi: “Una condizione di salute non deve diventare un’etichetta in grado di definire l’intera persona. È quindi preferibile utilizzare espressioni come ‘persona con schizofrenia’ o ‘persona che vive con la depressione’, anziché ‘uno schizofrenico’ oppure ‘un depresso’, evitando di trasformare la diagnosi in un sostantivo identitario”.
Usare parole accurate, rispettose e scientificamente appropriate: “Il linguaggio deve informare ed educare, non giudicare. Termini come ‘pazzo’, ‘matto’ o ‘folle’, quando utilizzati impropriamente, possono rafforzare stereotipi e stigma”.
Evitare il sensazionalismo: “Titoli allarmistici ed espressioni ad effetto possono distorcere la realtà e alimentare la paura. L’informazione dovrebbe privilegiare fatti verificati, equilibrio e contestualizzazione”.
Non associare automaticamente disturbo mentale e violenza: “Quando una persona con un disturbo mentale è coinvolta in un fatto di cronaca, la sua condizione di salute non deve essere presentata automaticamente come causa del comportamento”.
Verificare sempre diagnosi, dati e fonti: “Non è corretto attribuire una diagnosi sulla base di comportamenti, dichiarazioni o impressioni”.
Tutelare privacy, dignità e diritto di replica: “La persona con esperienza di sofferenza mentale deve essere considerata un interlocutore a pieno titolo. Occorre tutelarne la riservatezza, evitare esposizioni potenzialmente dannose e garantire, quando pertinente, il diritto di replica”.
Ascoltare senza infantilizzare o deumanizzare: “L’intervistato non deve essere ridotto alla sua condizione di salute, né la sofferenza deve essere trattata con ironia, distacco o minimizzazione”.
Dare spazio alle esperienze vissute e al recupero: “Le testimonianze delle persone possono contribuire a rendere l’informazione più autentica e a contrastare l’idea che un disturbo mentale coincida necessariamente con isolamento, incapacità o assenza di prospettive. È importante raccontare anche i percorsi di supporto, miglioramento e recupero”.
Non utilizzare la salute mentale come metafora o insulto: “Espressioni come ‘politica schizofrenica’ o altri usi impropri di termini psichiatrici possono trasformare una condizione di salute in sinonimo di incoerenza, imprevedibilità o pericolosità”.
Informare anche sulle possibilità di aiuto: “Una buona informazione non si limita a descrivere il problema, ma può indicare servizi, strumenti, trattamenti e risorse disponibili”.