Violenza di genere: Luzzi (Mcl), “appartiene alla cultura, non al Codice penale. Servono educazione e prevenzione”

“Nella discussione sulla violenza delle donne, una delle più gravi e diffuse violazioni dei diritti umani, non basta riconoscere la sofferenza delle vittime, ma occorre impegnarsi nel promuovere una cultura del rispetto, della parità e della responsabilità collettiva. L’educazione e la prevenzione devono essere poste al centro dell’azione istituzionale, perché solo il coinvolgimento di tutte le istituzioni potrà produrre risposte efficaci e durature. Privilegiare non solo la repressione, ma anche la formazione e la prevenzione, è una scelta lungimirante: significa intervenire sulle cause profonde della violenza, sulle rappresentazioni culturali, sugli stereotipi che ancora la sorreggono”. Lo ha affermato Alfonso Luzzi, presidente generale Movimento cristiano lavoratori, nel corso dell’incontro organizzato da Mcl dal titolo “Dalla violenza di genere al femminicidio”, tenutosi questo pomeriggio presso la Sala del Tribunale di Foggia.
“La giustizia non risana; la giustizia riequilibra, rimedia al torto, ma la ricostruzione del legame sociale è un compito che non può essere devoluto alla giurisdizione. Le leggi sono necessarie, ma non sufficienti – ha proseguito Luzzi – ed è opportuno riconoscere che la vera sfida sia quella culturale. Inoltre, è nostra responsabilità guardare anche alle esperienze straniere: Paesi dove vige la pena di morte non registrano minori tassi di omicidio – anzi spesso accade il contrario. Ciò dimostra che l’inasprimento della sanzione non produce automaticamente sicurezza. Da qui la necessità di evitare un affidamento salvifico alle norme penali”. Per il presidente Mcl ci sono dimensioni che “appartengono alla cultura, non al codice penale, e che devono essere affrontate attraverso formazione, consapevolezza, prevenzione. Il progresso è stato innegabile, ma il progresso è un processo e mai definitivo. E questo processo richiede responsabilità collettiva, lucidità culturale e la capacità di guardare alla violenza non come un incidente, bensì come il prodotto di un sistema che dobbiamo continuare a cambiare”. Solo così, ha concluso, “cambiando cultura, parole e sguardi potremo cambiare davvero la realtà. E questo è il compito più alto che ciascuno di noi deve assumere come propria responsabilità”.

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