Il mondo online, “con la sua varietà, le sue opportunità e le sue sfide, è divenuto una matrice culturale per l’impegno della Chiesa nel mondo”. Lo scrive Paul A. Soukup nel numero di dicembre de La Civiltà Cattolica (quaderno n. 4.200), considerando la partecipazione ecclesiale alla cultura digitale sotto due aspetti: il resoconto del Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici dello scorso luglio, e una riflessione sul mondo digitale alla luce di quattro temi chiave del Sinodo. Nel ripercorre il primo evento, il gesuita osserva che “i missionari digitali” partecipano attivamente “a spazi interattivi digitali attraverso blog, post su Instagram e TikTok e l’organizzazione di gruppi di preghiera e riflessione. Tali pratiche mostrano un accordo implicito, ma diffuso: la Chiesa deve abbracciare i media digitali non come un ripiego, ma come un modo di stare accanto alle persone nella loro vita quotidiana. Ciò richiede ascolto e apprendimento, umiltà nell’avvicinarsi al mondo digitale”. La Chiesa, sottolinea Soukup, “non ha inventato il digitale, né può controllarne gli usi, ma può imparare dalla sua cultura, dal suo linguaggio e dai suoi modi di espressione”. I partecipanti al Giubileo hanno percepito la “chiamata a operare in modalità nuove in e attraverso questo ambito, a esplorare forme diverse di essere Chiesa”. (p.419) Per quanto riguarda il Sinodo, proprio da esso, sottolinea Soukup, provengono quattro temi che possono illuminarne il compito: discernimento ecclesiale, formazione, discepolato missionario e comunità. “La cultura digitale non scomparirà – conclude il gesuita -. Come tutte le culture, si svilupperà e cambierà. La Chiesa non definirà né controllerà questa cultura, ma deve trovarvi posto per la sua missione”. Sempre “rinnovata da Dio, la Chiesa ricomincia nell’odierno areopago digitale”.