“La povertà in Europa rappresenta una sfida sistemica che colpisce anche chi possiede molteplici impieghi, manifestandosi attraverso condizioni di lavoro instabili, orari eccessivi e una profonda mancanza di fiducia nelle autorità e nelle comunità”. Lo ha detto Chris Brown, responsabile dell’Ufficio europeo Oms per gli Investimenti per la salute, durante il convegno in corso a Roma, presso la Pontificia Università Lateranense, promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa e dalla Cei, dal titolo “Oggi chi è mio prossimo?”. Secondo i dati riportati nel secondo rapporto sullo stato dell’equità sanitaria dell’Oms, le disuguaglianze emergono drasticamente già prima dell’età scolare. “I bambini provenienti da contesti svantaggiati – ha dichiarato Brown – mostrano tassi di mortalità più elevati e una salute peggiore, con il 26% delle ragazze e il 18% dei ragazzi che segnalano condizioni fisiche precarie”. Fattori come il bullismo e l’esclusione dai servizi educativi per la prima infanzia creano uno svantaggio iniziale che compromette la futura capacità di apprendimento e la fiducia in se stessi. “È paradossale che in regioni ricche come l’Europa e l’Asia centrale – ha osservato – una percentuale compresa tra il 32% e il 74% dei bambini poveri arrivi a scuola affamata, ostacolando ogni possibilità di riscatto sociale. Nella fascia d’età tra i 16 e i 29 anni, si osserva un aumento senza precedenti delle patologie che raddoppia per i giovani in difficoltà, portando a una progressiva esclusione dal mercato del lavoro e dalle attività culturali. La sfiducia nel prossimo colpisce fino al 90% dei giovani in alcune aree, mentre l’elevato numero di ragazze che non studiano né lavorano aumenta drasticamente il rischio di povertà cronica”. Al contrario “investire nella salute mentale e abbattere le barriere occupazionali potrebbe migliorare il benessere generale del 10% e favorire l’occupazione, rispondendo alle necessità di una società che invecchia”. In conclusione, Brown ha suggerito di “intervenire con politiche abitative sicuri e programmi di inclusione per generare un ritorno sull’investimento fino a otto volte superiore alla spesa iniziale. Un impegno costante nella protezione sociale e sanitaria, pari anche solo all’1% del Pil, è in grado di migliorare le condizioni di vita di centinaia di migliaia di persone in pochi anni”.