“Una ferita mai rimarginata per la Comunità ebraica di Roma. Si riconosce la determinazione nel non aver lasciato cadere il caso. Permane tuttavia rammarico per la tardività”. È quanto esprime in una nota l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, diffuso dopo aver appreso la notizia della conclusione delle indagini della Procura di Roma sull’attentato del 9 ottobre 1982 alla Sinagoga Maggiore. L’Ucei esprime comunque “apprezzamento per il lavoro della magistratura che, anche dopo oltre quarant’anni, continua a fare luce su uno dei più gravi attacchi terroristici contro gli ebrei in Italia”.
L’attentato costò la vita al piccolo Stefano Gaj Taché e provocò quaranta feriti tra coloro che uscivano dalla funzione al Tempio Maggiore. “La sua memoria è stata riconosciuta dalla Presidenza della Repubblica con l’inserimento tra le vittime del terrorismo, gesto di grande valore civile. Il nuovo avviso di chiusura delle indagini, che coinvolge altre cinque persone, rappresenta un passo importante nella ricerca della verità e conferma la necessità di proseguire nell’accertamento delle responsabilità”. L’Ucei si dice preoccupato delle ipotesi di collegamenti con l’attentato del 2 agosto 1982 in rue des Rosiers a Parigi, anch’esso contro obiettivi ebraici e attribuito al terrorismo palestinese. “La memoria di Stefano Gaj Taché e di tutti i feriti di quel giorno impone di proseguire con determinazione nella difesa della verità, della sicurezza e della dignità della vita ebraica nel nostro Paese”.
A quasi quarantaquattro anni dal drammatico attentato alla Sinagoga, nel cuore di Roma, che costò la vita a Stefano Gaj Tachè di appena due anni e il ferimento di 40 persone, la Procura di Roma ha proceduto alla chiusura dell’indagine, atto che prelude la richiesta di rinvio a giudizio, a carico di cinque persone accusate di strage con finalità di terrorismo per quanto avvenuto il 9 ottobre del 1982.