“Per molti, parlare di pace oggi può sembrare fuori luogo. In molte parti del mondo, e in modo particolarmente doloroso in Terra Santa, la violenza ha scavato ferite profonde, fisiche e simboliche, rendendo difficile persino immaginare un futuro diverso. E tuttavia, rinunciare alla pace significherebbe accettare la guerra come il ‘linguaggio normale’ delle relazioni umane e internazionali. Il Messaggio del Papa non distoglie lo sguardo dalla gravità della situazione, ma rifiuta di lasciarle l’ultima parola”. Lo ha affermato il card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, intervenendo ieri a Ginevra al 17° Annual Interreligious Service for Peace, ospitato dalla Missione permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. Per il patriarca latino “In nessun luogo questa tensione è più emblematica che in Terra Santa” dove “la guerra non ha solo distrutto città, ma ha lasciato cicatrici nelle coscienze delle persone, avvelenato il linguaggio e indebolito la capacità di vedere l’altro non come un nemico, ma come un partner nel dialogo”. Il trauma, ha aggiunto, “rischia di imprigionare le persone in un ciclo di vittimismo contrapposto, rendendo la riconciliazione sempre più remota con il passare dei giorni. In questo contesto è fondamentale ricordare che porre fine alla violenza, pur essendo urgente e necessario, non coincide automaticamente con l’inizio della pace”. Riprendendo il Messaggio di Papa Leone XIV, Pizzaballa ha ricordato che “la pace non è un momento” né “il semplice risultato di un cessate il fuoco o di un trattato”, ma “un processo lungo e difficile” che richiede “tempo, pazienza e coerenza”, oltre a “un profondo lavoro sulle coscienze, sulle relazioni e sui sistemi che regolano il nostro vivere insieme”. Da qui il richiamo alla comunità internazionale, chiamata non solo a gestire emergenze, ma ad accompagnare “processi di ricostruzione sociale, istituzionale e culturale”, investendo in educazione, dialogo e politiche di lungo periodo. “Investire nella pace – ha affermato – significa accettare che i risultati non siano immediati, ma riguardino il futuro delle generazioni che verranno”. Gerusalemme, in questo senso, ha spiegato il patriarca, “rimane un simbolo potente e drammatico. Ridurla a un semplice oggetto di contesa, o rivendicarla come possesso esclusivo di una sola identità, significa tradire la sua vocazione più profonda. Essa continua a interrogare la comunità internazionale sulla possibilità stessa di una convivenza fondata sul rispetto reciproco e sul riconoscimento dell’altro”. Infine, il cardinale ha sottolineato il ruolo delle religioni e della Chiesa in Terra Santa, “piccola e fragile”, ma chiamata a “mantenere aperti spazi di dialogo” e a custodire “una visione dell’umanità che renda possibile la pace”.