Camaldoli: Foa (storica), antisemitismo, sionismo, apartheid sono parole in guerra. Ma “salvaguardare la libertà di criticare”

(Foto Il Regno)

“Parole in guerra. Antisemitismo, Sionismo, Antisionismo, Apartheid”: è il titolo della relazione svolta al convegno di Camaldoli dalla storica Anna Foa con l’intento di mettere ordine tra diverse espressioni che rischiano di essere utilizzate impropriamente. La parola antisemitismo, ad esempio, nasce alla fine dell’Ottocento per descrivere l’ostilità antiebraica. “Per secoli non si era sentita la necessità di una etichetta per identificarla, era un atteggiamento naturale. L’etichetta diviene necessaria quando i criteri religiosi diventano insufficienti per definire gli ebrei”. La formula “antigiudaismo”, invece, “nasce dopo la Shoah, per differenziarsi dall’antisemitismo nazista”. I termini sionismo e antisionismo “sono collegati e hanno più di un secolo. Nascono a partire dal considerare gli ebrei un popolo e non una religione. Il sionismo prende avvio come fenomeno di rinascita nazionale alla fine dell’Ottocento. Esso è figlio soprattutto del mondo in cui gli ebrei non sono ancora emancipati, come l’Europa orientale, dove i pogrom si succedono”. “Sono esistiti ed esistono sionismi assai diversi, sia in Europa che in Palestina”. C’è, secondo la relatrice, un sionismo universalistico liberale, che “vuole un unico Stato assieme ai palestinesi, in cui tutti possano vivere insieme”. C’è invece un sionismo che prospetta uno scontro degli ebrei con il mondo palestinese, da cui proviene l’attuale destra israeliana. “C’è un sionismo socialista, di derivazione soprattutto polacca e russa, quello del movimento dei kibbutzim che reggerà lo Stato d’Israele fino all’arrivo della destra”. Antisionismo sarebbe però un termine recente. “Si afferma in Urss verso la fine del regime di Stalin, che conobbe una forte svolta antiebraica con l’avvicinamento dello Stato di Israele agli Usa.
Per parlare di apartheid occorre compiere, secondo Anna Foa, “un forte spostamento geografico e temporale. Il termine non riguarda gli ebrei, ma si riferisce alla segregazione razziale del Sudafrica dal 1948 al 1994. Si tratta di una società rigidamente segregata, che prevede la totale superiorità della minoranza bianca e tocca tutti gli aspetti della vita: ospedali, scuole, mezzi pubblici, proibizione dei matrimoni misti”. In Israele se ne parla a proposito dei territori occupati, dove i palestinesi “hanno condizioni di vita assai diverse dai cittadini israeliani”. Foa ha poi affrontato altri termini come pulizia etnica e genocidio: “È difficile non definire come pulizia etnica quel che è successo quando i palestinesi sono stati espulsi dalle loro terre per la creazione dello Stato di Israele. La Nakba del 1948 per i palestinesi, come la Shoah per Israele, costituiscono memorie vittimali che pesano nella memoria dei due popoli”.
“Guardando all’attualità, occorre sottolineare che l’accusa di antisemitismo è ormai constante nella bocca del governo di Israele, rivolta all’Onu, alle organizzazioni umanitarie, alle istituzioni internazionali, contro tutti coloro che sono contrari alla politica del governo. Ci troviamo di fronte a un allargamento semantico in cui tutti sono accusati di antisemitismo”. L’accusa di antisemitismo “diviene così una sorta di velo che copre altre cose. Coglierne le radici diventa ancor più importante oggi, poiché viene utilizzata in maniera scandalosamente opposta a ciò per cui è stata combattuta. Oggi è indispensabile salvaguardare la libertà di criticare”.

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