“Chiederò perdono”. Risponde così il fondatore del Gruppo Abele e di Libera, don Luigi Ciotti, al mensile Vita Pastorale, per rispondere alla domanda su quale desiderio esprimerà nel momento in cui soffierà sulle 80 candeline: “Chiederò perdono perché non sono riuscito a rispondere ai tanti bisogni e richieste d’aiuto. Oggi mancano energie e denaro. Il pensiero – continua don Ciotti – va al non fatto, ai miei errori, ai miei limiti”.
Una vita vissuta nel quotidiano seguendo due pilastri “il Vangelo e la Costituzione. Anche perché io vivo in un Paese che amo. Siamo chiamati alla testimonianza cristiana e alla responsabilità civile. Ci sono dei momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo morale e una responsabilità civile”.
Entrando nella stretta attualità e al concreto della responsabilità civile, don Ciotti ritiene che gli ingenti fondi del Pnrr siano a rischio infiltrazioni mafiose: “Ci sono dei segnali – spiega – La mafia non gode solo di sostegno attivo, ma anche di uno passivo che è alimentato da coloro che non si schierano”. Qui l’augurio brutale: “Allora io auguro di ‘morire’, un morire necessario alla vita e al suo infinito rigenerarsi. Una rinascita – precisa – presuppone che ci sia un passaggio di morte simbolica. Un morire che significa superar e una serie di idee, di pratiche che sono state importanti in passato ma oggi inadatte a costruire il mondo che vogliamo”.
Una rinascita che passa anche dalla solitudine: “Io auguro alle persone la solitudine. Perché così scopriamo il nostro mondo interiore. È anche la capacità di guardarsi attorno. Con i telefonini hanno una finestra aperta sul mondo, uno strumento di comunicazione ma non relazione. Dietro la digitalizzazione stiamo perdendo la relazione”.
E arriviamo ai giovani, diminuiti di un quinto in vent’anni. I suoi occhi brillano quando ne parla, “perché sono capaci di creare il nuovo”: “I ragazzi oggi si sentono fragili. Su questo dobbiamo aiutarli a comprendere che la fragilità fa parte della nostra natura umana; L’avvenire è dove scegliamo di andare un tempo verso cui camminare insieme, non possiamo rimanere a guardare”.
Su come sostenerli spiega: “Ascoltiamoli, valorizziamoli, riconosciamoli. La scuola deve insegnare a pensare, a porsi delle domande. E la chiosa: Nella storia sono sempre stati i giovani a trainare i grandi cambiamenti. Dobbiamo credere in loro”.
Sul clima dominato dalla tecnica teme “l’indifferenza e la superficialità che si sta diffondendo e che ci rende prigionieri del nostro io”, mentre sulla strada da percorrere per intraprendere la pace in un contesto difficile come l’attuale, don Ciotti risponde: “La pace si costruisce con gli strumenti della pace: la diplomazia, la politica, l’aiuto umanitario. La Chiesa deve parlare ai popoli sofferenti (…) non possiamo essere come qualcuno vuole ‘equidistanti’. ‘Noi vogliamo essere equivicini'”.