“La nostra prima responsabilità è non stancarci mai di annunciare la pace”. Alla vigilia della Giornata Missionaria Mondiale, don Giampiero Caruso, responsabile della comunità cattolica italiana di Mosca, riflette con il SIR sul significato della presenza ecclesiale italiana in Russia in una fase segnata da forti tensioni internazionali. Secondo il sacerdote, “c’è un filo rosso che unisce lo sguardo della Santa Sede e il cuore della comunità italiana a Mosca” e che trova espressione in una presenza cristiana che vuole essere “discreta, radicata e disarmata, capace di custodire ponti di fede e di speranza” anche quando il contesto geopolitico sembra rendere sempre più difficile il dialogo.
Don Caruso ricorda che, nonostante le difficoltà degli ultimi anni, la comunità italiana continua a rappresentare una realtà significativa nella Federazione Russa, composta da professionisti, imprenditori, accademici e famiglie che hanno scelto di mantenere vivi legami storici e culturali. Oggi, osserva, il compito della comunità non è soltanto quello di garantire la vita pastorale, ma soprattutto quello di “educare a uno sguardo sulla realtà intera e in particolare sulla complessa e drammatica situazione che stiamo vivendo; uno sguardo capace di vedere al di là delle prospettive puramente umane e oltre la propaganda offerta dalle ideologie”. Il sacerdote richiama quindi la recente visita a Mosca dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati. Riprendendo le indicazioni ricevute durante quell’incontro, don Caruso sottolinea che i cattolici sono chiamati a essere “eco della voce del Santo Padre e dei suoi instancabili appelli”, promuovendo una pace “disarmata e disarmante” e diventando autentici “artigiani di pace” nella vita quotidiana. Per il responsabile della comunità italiana di Mosca, accompagnare oggi i fedeli significa soprattutto ricordare che “la Chiesa non ha timore di alzare la voce per mettere al primo posto la dignità umana” e che continua a offrire “le ragioni di quella speranza per cui ogni creatura è fatta”, una speranza che, conclude, è “la sola capace di farsi armatura di ogni cuore umano” e di costruire “l’unica pace possibile”.