Definire la nuova proposta di legge sul “diritto all’aiuto a morire”, una “legge di fraternità” quando in realtà “si tratta di causare la morte, consentire la somministrazione di una sostanza letale o incitare chi assiste a farlo contro la propria coscienza, è una menzogna”. Lo scrivono i vescovi francesi in una Nota pubblicata sul quotidiano cattolico La Croix e diffusa alla stampa alla vigilia della discussione martedì 20 gennaio in Senato della proposta di legge su fine vita e eutanasia che si sta dibattendo ormai da anni in Francia ed è particolarmente sostenuta dal presidente Macron che l’ha definita appunto “una legge di fraternità”. “La fraternità, valore fondamentale della nostra Repubblica – sottolineano i vescovi -, non consiste nell’affrettare la morte di chi soffre o costringere chi assiste a causarla, ma nel non abbandonare mai chi sta vivendo questi momenti incredibilmente difficili e dolorosi”. Nella Nota firmata dai vescovi del Consiglio permanente della Conferenze episcopale francese e dal presidente card. Jean-Marc Aveline, si fa riferimento alla legge Claeys-Leonetti che già disciplina il fine vita in Francia e l’accompagnamento dei malati, riconoscendo l’importanza delle cure palliative come “l’unica risposta veramente efficace alle situazioni angoscianti delle cure di fine vita”. “Sorge quindi una domanda – scrivono i vescovi -: perché una nuova legge? Se, come a volte si dice, ‘in Francia si muore male’, non è perché la somministrazione di una sostanza letale ai pazienti non sia ancora consentita, ma perché la legge vigente non è sufficientemente applicata e l’accesso alle cure palliative rimane fortemente diseguale in tutto il Paese. Ancora oggi – osservano i presuli -, quasi un quarto del fabbisogno di cure palliative non viene soddisfatto”.
Punto centrale della nota è che “non ci si prende cura della vita dando la morte”. Da qui l’appello dei vescovi ai responsabili politici a “considerare le implicazioni antropologiche, sociali ed etiche dei loro dibattiti e delle loro votazioni. Confidiamo nella decisione personale e coraggiosa dei nostri rappresentanti nazionali eletti. La vita, in ogni sua fase e fino alla fine, non è una causa da difendere come qualsiasi altra, con preconcetti e l’orgoglio di crederci onnipotenti, ma un mistero da abbracciare, con l’ascolto attento di chi è trafitto dalla sofferenza e con umiltà: un po’ di umanità richiede molta umiltà”. I vescovi concludono: “Crediamo che una società cresca non quando offre la morte come soluzione, ma quando si mobilita per sostenere la vulnerabilità e proteggere la vita, fino in fondo. Il cammino è esigente, certo, ma è l’unico veramente umano, dignitoso e fraterno”