Argentina: Osservatorio Odsa-Uca, “Politica liberista di Milei porta a calo della povertà, ma il 30% degli argentini in situazione cronica di vulnerabilità”

La cosiddetta “cura Milei”, all’insegna di una politica liberista e di privatizzazioni, ha portato a un calo degli indici di povertà in Argentina, di circa 10 punti, anche se il notevole divario percentuale dipende anche da un cambiamento di carattere tecnico e metodologico rispetto agli indici individuati dall’istituto nazionale di statistica (Indec). Ciò che, invece, manca, è la capacità di generare posti di lavoro stabili e degnamente retribuiti. È quanto sostiene l’Osservatorio sul debito sociale argentino dell’Università Cattolica Argentina (Odsa-Uca), che ha presentato ieri l’atteso rapporto annuale, intitolato “Nuovo scenario politico-economico: stress e benessere in un’Argentina in transizione”. Secondo il rapporto dell’Indec, nel primo semestre del 2025 i tassi di povertà e indigenza nei principali centri urbani si sono attestati rispettivamente al 31,6% e al 6,9% della popolazione. Si tratta di una riduzione significativa rispetto al 52,9% e al 18,1% registrati un anno fa. “Seguendo la metodologia dell’Indec, la povertà nel secondo trimestre del 2025 sarebbe stata del 31,8%. Ciò significa un calo molto significativo di 9,5 punti percentuali rispetto al secondo trimestre del 2023. Tuttavia, se osserviamo la stima con correzione di captazione, la povertà sarebbe comunque diminuita, ma “solo” di 2,1 punti percentuali, dal 33,9% in quel periodo”, evidenzia l’Odsa-Uca. “La transizione liberista – sostiene l’Osservatorio – ha compiuto rapidi progressi nella stabilizzazione macroeconomica – calo dell’inflazione, equilibrio fiscale, correzione dei prezzi relativi – in grado di rompere la precedente inerzia. Tuttavia, questa stabilizzazione si basa su una forte contrazione dei consumi e su investimenti privati che continuano a essere stagnanti, senza segni di ripresa del credito né di uno shock di fiducia che dinamizzi progetti produttivi in grado di generare occupazione formale”. In pratica, “la struttura sociale mostra una ripresa statistica della povertà, ma su una base metodologica fragile e senza miglioramenti equivalenti in termini di consumi, benessere e capitale umano. La povertà strutturale, l’informalità e la precarietà lavorativa rimangono a livelli storicamente elevati, con classi medio-basse in mobilità discendente e il 30% della popolazione intrappolata in condizioni croniche di vulnerabilità, che l’attuale modello non riesce ancora a superare. Spiega il rapporto: “Il nuovo regime economico punta su un profilo agro-minerario-esportatore e tecnologico, con un’elevata generazione di surplus, ma con una bassa domanda di lavoro. Senza politiche industriali, tecnologiche e di credito inclusivo, questo modello tende a consolidare le disuguaglianze territoriali e occupazionali, favorendo i settori competitivi e spingendo ampi segmenti sociali verso l’informalità, il lavoro autonomo di sussistenza e la dipendenza dall’assistenza statale. Il limite principale dell’approccio libertario risiede nel suo scarso impatto sulla creazione di posti di lavoro produttivi e ben retribuiti”.

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