Terra Santa: Scavo (Avvenire), “la speranza è che si abbassi al volume” perché “il lessico della guerra copre il tentativo di chi ricorre a parole e gesti di pace”

(Torino) “La speranza è che si abbassi al volume”. Ricorre ad una battuta Nello Scavo, inviato di Avvenire, per descrivere la situazione in Terra Santa nell’evento “‘Sentinella, quanto resta della notte?’ – Sia pace in Terra Santa!” svoltosi in serata alla XXXVIII edizione del Salone internazionale del Libro di Torino. Dalla sala accanto arriva una musica quasi assordante che, se non fosse per le cuffie audio distribuite all’ingresso, sarebbe quasi impossibile ascoltare le parole del giornalista in dialogo con fra Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa. “Il lessico della guerra – fatto di armi, bombe, urla di chi scappa… – copre il tentativo di chi prova a usare parole e a compiere gesti di pace”, ha spiegato Scavo, spiegando che “è molto difficile capire qual è l’attuale situazione in Israele dove le cose cambiamo molto rapidamente. Il Paese sta attraversando una fase complicatissima che il 7 ottobre ha fatto deflagrare”. “Viene dato per scontato che ci saranno elezioni anticipate”, ha proseguito il giornalista, aggiungendo che “la crisi Iran indefinita nella durata e nei piani complica ulteriormente il quadro”. E poi “si espandono le colonie israeliane in Cisgiordania, oggi 270, con 770mila israeliani che si trovano in un posto nel quale non era previsto ci fossero”. “La violenza è diventata la regola, anche quella invisibile e quella che si trasmette con le parole”, la fotografia riportata dall’inviato: “Molte persone si sentono estranee in luoghi in cui abitano da sempre”. E “chi contrasta con nonviolenza e pace gli attacchi subisce ostracismo e anche arresti”. Scavo ha invitato a “non guardare in maniera confessionale” quello che succede perché “ciò che subiscono i cristiani è lo specchio di quello che avviene in generale”. Il giornalista ha individuato come “peccato originale” ciò che è successo nel 2018: “L’errore secondo me è stato quello di voler codificare con un atto ‘costituzionale’ che Israele è Stato ebraico”. Questo si è rivelato “un problema, perché ci sono ebrei non credenti, cristiani, musulmani e non solo” che vivono nel Paese e “questi gruppi si sentono esclusi in uno Stato così definito”. “Qualcuno – ha raccontato – si chiede: ‘Non è che vogliamo somigliare ad alcune teocrazie che vogliamo combattere?’”. È evidente, per il giornalista, che la “religione è usata come arma non convenzionale: ‘Ti combatto perché non sei dei miei”. Ma in questo contesto, e in “un tempo in cui il diritto internazionale è calpestato”, “c’è chi suona una musica diversa da quella della violenza. Il nostro compito e anche la nostra responsabilità è dare voce non solo alle vittime ma anche a chi sceglie di frapporsi disarmato tra carnefici e vittime”.

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