Giustizia sociale: mons. Paglia e la rivoluzione della Chiesa, “se i poveri sono Cristo allora tutto cambia”

(Foto Calvarese/SIR)

(Torino) “Il divorzio tra altare e poveri è uno dei peccati più gravi”. Questo uno dei pensieri di mons. Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la vita, oggi presente al Salone internazionale del Libro di Torino nello Spazio Media Cei e Uelci, per presentare il suo libro “La vita e l’attesa”, accompagnato dal direttore di Avvenire, Marco Girardo. Il presule ha richiamato con forza la necessità di ricollocare i poveri al centro della vita ecclesiale e sociale, come criterio decisivo di autenticità evangelica. Il riferimento è stato a san Francesco d’Assisi, la cui esperienza, ha osservato, nasce dalla scoperta del volto di Cristo nei lebbrosi. Per il presule, la riforma della Chiesa non è primariamente istituzionale, ma culturale e spirituale. “Se i poveri sono Cristo allora tutto cambia”, ha affermato, mentre senza questa prospettiva ogni intervento resta superficiale. Da qui l’idea provocatoria di una “riforma del gusto”, cioè del modo stesso di percepire ciò che è importante e ciò che non lo è. Il Vangelo, ricorda, si manifesta in azioni concrete: “Dare da mangiare agli affamati, visitare i carcerati, accogliere gli stranieri”. È in queste pratiche che si misura la credibilità della fede. Anche Papa Francesco, ha sottolineato, ha riportato al centro questa visione a partire dal gesto simbolico e profetico di Lampedusa. Mons. Paglia ha denunciato inoltre una frattura profonda tra spiritualità e vita sociale, che ha definito uno dei limiti più evidenti del presente. La fede, ha osservato, rischia di diventare autoreferenziale se non si traduce in prossimità reale. In questo senso, la giustizia sociale non è un tema aggiuntivo, ma il luogo in cui il Vangelo prende forma nella storia. È lì, ha concluso, che si costruisce una società più umana e che “il Paradiso comincia già qui”.

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