Diocesi: mons. Autuoro (Benevento), “edifichiamo la nostra città avendo gli occhi al Cielo e aprendo i cantieri della trasparenza delle relazioni, della pace e dell’accoglienza”

“Una Chiesa chiamata a specchiarsi nella Gerusalemme celeste per riscoprire la propria identità profonda, le proprie radici apostoliche e la propria missione”. Così ha descritto la Chiesa di Benevento l’arcivescovo Michele Autuoro, nell’omelia della messa per la festa del patrono, San Bartolomeo. “Questa Sposa dell’Agnello non è bella di una bellezza esteriore, ma è resa bella e adorna da tutti i suoi figli. Ogni pietra viva di questa comunità ecclesiale, ogni battezzato, contribuisce con la propria santità a intessere l’abito nuziale della Chiesa”, ha osservato il presule, ricordando che a sacerdoti e religiosi “è affidato il compito di custodire la bellezza della Sposa attraverso un ministero generoso, una vita fraterna limpida e la fedeltà quotidiana agli impegni assunti nel giorno dell’ordinazione diaconale e presbiterale e a quelli propri della professione religiosa nei diversi carismi”. E ha aggiunto: “Quando la nostra vita risplende di Cristo, la Chiesa intera si fa più bella. Ed è proprio questa bellezza che abbiamo il dovere di mostrare ai nostri giovani. Se la Chiesa-Sposa manifesta il volto luminoso del Risorto, i giovani ne saranno affascinati”.
Ma cosa significa per l’arcidiocesi di Benevento avere come patrono San Bartolomeo, uno dei 12 apostoli? “Significa – ha detto l’arcivescovo – che la nostra fede non è un’opinione passeggera. Noi poggiamo sulla roccia solida della testimonianza apostolica. Bartolomeo è colui che ha superato lo scetticismo iniziale e si è lasciato conquistare dalla Verità. Custodire le sue reliquie qui, nel cuore di Benevento, è un dono immenso, ma è prima di tutto una responsabilità. Siamo chiamati a essere una Chiesa dal volto apostolico. Una comunità capace di accogliere la novità di Dio e di testimoniarla senza paura a tutti e in tutte le circostanze”.
La riflessione si è allargata alla città di Benevento che “deve essere sempre più ricordata come la città dell’Apostolo Bartolomeo. Questo deve essere un fiero motivo di orgoglio per ciascuno di noi. Non dobbiamo mai accettare che la nostra terra sia associata a narrazioni oscure o alla nomea della cosiddetta ‘città delle streghe’. Già all’alba della nostra storia, ai tempi dei Romani, i nostri padri scersero con profonda saggezza di cambiare il nome di questa terra da Maleventum in Benevento: un sigillo provvidenziale che ci ricorda come il nostro destino e il nostro nome non possano mai appartenere al male, ma debbano riflettere per sempre la forza, la grazia e la luce del bene”.
Di qui l’invito: “Non rassegniamoci dunque alle fatiche del nostro tempo o alla fuga dei nostri giovani, ma edifichiamo la nostra città avendo gli occhi fissi sul modello celeste e lo sguardo rivolto all’eternità, aprendo tre precisi cantieri spirituali e sociali: la trasparenza delle relazioni, brillando come cristallo contro ogni opacità; la pace come concordia e giustizia, affinché nessuno sia schiacciato o lasciato indietro; e le porte sempre aperte all’accoglienza, orientate verso ogni punto cardinale per far fiorire la carità fraterna”.
La festa di San Bartolomeo, allora, “è un appello al futuro. Lavoriamo insieme, comunità ecclesiale e istituzioni civili, ciascuno per la propria parte ma uniti nello Spirito, per fare di questa nostra terra un anticipo e un riflesso della Gerusalemme celeste, protesi verso il compimento del Regno nei cieli”.

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