Migranti: Emergency, sbarcate ieri a Bari le 48 persone portate in salvo lunedì 17 agosto dalla Life Support

(Foto Michele Bertelli per Emergency)

Sono sbarcate ieri in Puglia nel porto di Bari le 48 persone portate in salvo lunedì 17 agosto dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency, nelle acque internazionali della zona Sar libica.
“Assegnare porti così lontani provoca ulteriori sofferenze a persone che si trovano già in forte stato di vulnerabilità e che hanno alle spalle esperienze traumatiche”, afferma Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support di Emergency.
Con l’intervento di lunedì 17 agosto erano state soccorse 57 persone, di cui 7 salme e 2 persone in condizioni critiche che per le quali è stata richiesta ed effettuata urgente evacuazione medica. Le persone portate in salvo sono originarie della Somalia e dell’Egitto, 5 sono donne e 45 uomini. Tra loro ci sono 31 minori stranieri non accompagnati, di cui 28 maschi e 3 femmine.
“Siamo in mare per salvare vite, è davvero doloroso invece recuperare cadaveri – commenta Luca Radaelli, infermiere del Sar Team della Life Support -. Ci conforta però sapere che per tutti gli altri, a partire dalle due persone che al momento del soccorso erano incoscienti e che sono state evacuate per motivi medici, abbiamo fatto la differenza”.
Aggiunge Chiara Picciocchi, mediatrice culturale a bordo della Life Support di Emergency: “Durante la navigazione abbiamo avuto la possibilità di conoscere tanti minori che, con grande speranza, volevano arrivare in Italia e in Europa, un posto per loro sicuro. Oltre a tutte le esperienze difficili che hanno vissuto, tra le quali la permanenza in Libia, questi ragazzi hanno dovuto anche affrontare la perdita di alcuni dei loro compagni di viaggio durante la traversata del Mediterraneo. Ci auguriamo che ora possano essere accolti dignitosamente in Italia e che i loro diritti vengano tutelati”.
Uno dei naufraghi a bordo, un diciassettenne somalo non accompagnato, ha condiviso la sua esperienza: “Ho deciso di lasciare il mio Paese per la mancanza di sicurezza. Ma anche perché lì non c’era un lavoro che mi permettesse di aiutare economicamente la mia famiglia. Ho quattro fratelli e quattro sorelle, mio padre è morto in un attacco di Al-Shabaab. Sono partito senza dire niente a mia madre, l’ho chiamata una volta arrivato in Sudan, mi manca molto. Ci ho messo un anno per attraversare Etiopia, Sud Sudan, Sudan e arrivare infine in Libia, dove gli immigrati subsahariani sono spesso imprigionati e picchiati. La traversata in mare è stata forse la parte più pericolosa del mio viaggio. Sul barchino di legno su cui ci hanno trovato ero sottocoperta e avevo due amici: uno l’hanno portato in ospedale, l’altro purtroppo è morto lì. Avevano la mia stessa età. Erano giovani. Ora spero di trovare sicurezza, serenità e di potermi costruire una buona vita. Una delle mie zie è in Germania”.

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