A Sella Valsugana, nel luogo profondamente legato agli ultimi giorni di Alcide De Gasperi, l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi ha presieduto nel pomeriggio di mercoledì 19 agosto, nella chiesa di S. Maria ad Nives, la messa nel 72° anniversario della morte dello statista trentino, avvenuta proprio a Sella il 19 agosto 1954.
Nell’omelia, mons. Tisi ha riletto la figura di De Gasperi a partire dalla pagina del profeta Ezechiele (34,1-11), con il severo richiamo ai pastori, cioè – ha spiegato l’arcivescovo – a quanti hanno la responsabilità della comunità. Un testo che Tisi ha posto immediatamente in dialogo con il presente, denunciando il rischio di responsabili dei popoli “impegnati a pascolare se stessi”, incapaci di farsi carico di chi vive situazioni di fragilità, mentre intere popolazioni sono segnate dalla fame, dalla guerra e dalla povertà.
Ma la denuncia di Ezechiele, secondo mons. Tisi, apre anche una prospettiva positiva: la costruzione di una società nella quale al centro non vi sia semplicemente l'”avere”, bensì la dignità della persona e i suoi diritti. È qui che Tisi ha collocato l’eredità di De Gasperi e degli altri padri dell’Europa del dopoguerra, capaci, dentro le macerie lasciate dal conflitto mondiale, non soltanto di sognare, ma di “piantare i paletti di un’Europa che si strutturasse attorno ai diritti delle persone”.
“Quando un popolo non cura più la salute di tutti, comincia a morire e a implodere”, ha ammonito l’arcivescovo, sottolineando come prendersi cura delle persone più deboli non rappresenti soltanto una scelta dettata dalla generosità, ma sia il fondamento stesso di una società capace di futuro. Il criterio evangelico diventa allora quello delle “persone prima delle cose”. Prendersi cura dell’ultimo, ha aggiunto Tisi, non è semplicemente una strategia del buon cuore: “È la via della vita”.
La seconda immagine don Lauro la coglie dal Vangelo di Matteo (20,1-16), con la parabola degli operai chiamati nella vigna anche all’ultima ora. Quegli operai convocati alle cinque del pomeriggio, quando ormai il lavoro sta per concludersi, diventano per Tisi il segno di un investimento ostinato nella speranza. “In questo momento abbiamo bisogno di uomini e donne irriducibili dello sperare”, ha affermato, richiamando l’espressione biblica dei “prigionieri della speranza”. Il nostro tempo, ha aggiunto, ha bisogno di uomini e donne capaci di credere che il futuro possa essere generato investendo sulla cura del fratello, sull’ultimo e sulla dignità dell’uomo.
Servono, ha sottolineato Tisi, persone creative, appassionate e capaci di mettere in campo il meglio di sé, ma non “battitori liberi” convinti di possedere da soli tutte le risposte. La genialità personale, per diventare feconda, deve essere giocata dentro una dimensione comunitaria: “Il ‘noi’ è un’opzione da cui non ci si stacca”, ha rimarcato l’arcivescovo. Perché “chi non crede nel noi alla fine vuol dire che non crede negli altri. Crede solo in se stesso, e questo è l’inizio della rovina”.
A margine della celebrazione, mons. Tisi ha fatto visita alla casa di De Gasperi a Sella Valsugana, dove ha incontrato il nipote Paolo Catti De Gasperi e la nipote Francesca Castelli, accompagnata dal marito.