La seconda Porta della Speranza firmata da Stefano Boeri Architetti è stata inaugurata ieri presso la Casa Circondariale “Nerio Fischione” di Brescia. “Una speranza che si chiama lavoro, due porte aperte tra carcere e città”, si legge in un comunicato stampa che spiega il senso di questo progetto internazionale, denominato Porte della Speranza, promosso da Fondazione Gravissimum Educationis, con il patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, in collaborazione con Ministero della Giustizia della Repubblica italiana – Dap, realizzato da Comitato Giubileo Cultura Educazione e Rampello & Partners e con il contributo di Fondazione Cariplo. L’intervento di Stefano Boeri Architetti – che si articola in due installazioni, una all’interno della Casa Circondariale stessa e una in Piazzale Arnaldo – è concepito come una soglia più che una barriera. All’interno del carcere è collocata la prima porta, infatti, nel ‘panopticon’, dove diventa un’interfaccia permanente dedicata alle opportunità di lavoro, istruzione e formazione professionale. In dialogo con questa installazione interna, una porta identica è collocata in Piazzale Arnaldo, uno degli spazi pubblici più vitali della città. Qui la soglia, si legge nel comunicato, si apre simbolicamente verso la cittadinanza, condividendo non solo opportunità di lavoro ma anche informazioni sulla realtà carceraria: condizioni di detenzione, fenomeno del sovraffollamento, lavoro quotidiano del personale penitenziario, degli operatori sanitari, dei volontari e delle persone detenute impegnate in attività culturali e artistiche. “Una porta, non un muro, non una barriera, ma un passaggio, una soglia, un invito”, ha sottolineato subito l’arcivescovo Carlo Maria Polvani, Segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. “Aprire una porta, anche quando non esiste un muro, significa riconoscere che nessuna vita è priva di futuro. Due soglie che si guardano: un ponte comunicativo tra il carcere e la città che mette al centro il lavoro, ovvero il desiderio di essere parte attiva della comunità. Il reinserimento non è un atto di carità ma un patto civile”. “Questo progetto – ha concluso – si fonda su una convinzione: la speranza non è un ornamento ma una responsabilità condivisa che Brescia ha già cominciato a esercitare con un impegno che merita di essere riconosciuto pubblicamente”.