“È nello stare insieme che si costruisce il noi”. Con queste parole padre Giacomo Costa, segretario generale del Sinodo dei vescovi, ha aperto il suo intervento questa mattina al convegno nazionale degli assistenti di Azione Cattolica che si sta svolgendo all’Hotel Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, ricordando ai presenti come la qualità delle relazioni sia la prima pietra su cui edificare un percorso ecclesiale sinodale. “Se non ci sono relazioni personali, è difficile creare dialogo”, ha ricordato, sottolineando che “non è tempo perso quello dello stare insieme per poter concretizzare un passaggio al noi che non sia solo teorico”.
Il gesuita ha posto al centro del suo discorso la provocazione sinodale, richiamando i partecipanti a un “ripensamento profondo del modo con cui guardiamo la realtà”, in un contesto di Chiesa chiamata a camminare come popolo. “Al cuore del Sinodo c’è la chiamata alla gioia e al rinnovamento del popolo di Dio”, ha spiegato, richiamando ogni battezzato all’impegno di essere “discepolo missionario”. Costa ha richiamato l’esperienza vissuta nel processo sinodale, che – ha detto – ha fatto conoscere “il gusto spirituale di essere popolo di Dio riunito da ogni contesto e cultura”, capace di dare risposta al desiderio di una Chiesa autentica, soprattutto da parte dei giovani. “I giovani di oggi bramano una Chiesa autentica”, ha affermato, invitando a sanare ogni distanza tra istituzione e persone.
Il tema del dialogo profondo, reciproco e guidato dallo Spirito Santo, è stato uno dei cardini dell’intervento. “La diffusione mondiale della conversazione nello Spirito Santo è uno stile di dialogo che ha toccato un’esigenza delle persone in tutto il mondo”, ha ricordato padre Costa, indicando anche nel facilitatore ecclesiale una figura emergente, capace di accompagnare processi di discernimento comunitario. “Scendere a un livello più profondo nel modo di parlare e di riunirci”, ha aggiunto, perché “le decisioni siano prese in obbedienza allo Spirito”.
Un passaggio significativo è stato dedicato alla conversione delle relazioni interne alla Chiesa, che – secondo il relatore – deve avere qualità evangelica e capacità di ascolto reciproco per non “restare in superficie”. “Non c’è discernimento che non sia comunitario”, ha sostenuto, ponendo anche la questione dell’autorità ecclesiastica. “Non si parla di democratizzazione della Chiesa”, ha precisato, ma di comprendere “come vivere il ruolo e l’autorità degli assistenti” in un’ottica di servizio e corresponsabilità. Allo stesso modo, padre Costa ha chiamato in causa anche la figura del vescovo, ricordando la sua identità nella trama delle “relazioni sacramentali con Cristo e con la porzione del popolo di Dio che gli è affidata”, un legame da vivere non come potere, ma come servizio pastorale autentico, sempre nella chiara visione del ruolo di ciascuno. “La corresponsabilità differenziata – ha proseguito – significa che ognuno vive la vocazione che gli è affidata e la metta al servizio dell’insieme della comunità”, evitando contrapposizioni e tensioni tra poli opposti. “Le polarità non sono problemi da risolvere, ma dinamiche di circolarità, di scambio di doni”: è così che, secondo Costa, il discernimento emergerà spontaneamente, quando ciascuno si impegna nel dialogo e nelle relazioni di reciprocità.
Il discorso si è chiuso con un richiamo alla testimonianza nel mondo: “La profezia della sinodalità è un cammino per rendere presente il Signore nel mondo. Senza questa testimonianza siamo poco credibili”, ha detto, ricordando il contesto segnato da guerre, conflitti e violenze in cui la Chiesa è chiamata a dare un contributo di pace e speranza. In un tempo in cui l’Azione Cattolica stessa riflette sulla “sinodalità come stile di corresponsabilità nelle Chiese locali”, il messaggio di padre Costa ha richiamato all’essenziale: costruire relazioni autentiche, discernere insieme e testimoniare la fede non solo nelle parole, ma nella pratica quotidiana della comunità.