La corruzione delle élite africane, la povertà generalizzata, le migrazioni, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, le emergenze climatiche, il taglio degli aiuti umanitari. Con un appello a tutti gli africani: “Abbiamo bisogno di un cambiamento di mentalità. Povertà, ingiustizia e corruzione non sono una fatalità. Non è facile ma si può cambiare”. È un dialogo a tutto tondo sull’Africa con monsignor Pierre Cibambo Ntakobajira, presidente di Caritas Africa. In questi giorni è a Sacrofano (Roma) per partecipare, come relatore, al 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane sul tema “Imparate a fare in bene, cercate la giustizia (Isaia, 1,17). Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano”, in corso dal 16 al 19 aprile. Sono presenti circa 600 delegati, rappresentanti delle 218 Caritas diocesane di tutta Italia. Il tema dell’Africa è emerso forte nella terza giornata dei lavori e coincide con il viaggio di Leone XIV in Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale.
Il Papa in Camerun ha avuto parole forti contro la corruzione delle élite. Concorda?
La corruzione è, ovviamente, una realtà — non solo in Africa. Tuttavia, nel contesto africano questo problema è particolarmente evidente e, a mio avviso, va collegato al modo in cui si comportano le élite africane. Ho sentito dire che l’Africa è “malata delle sue élite”: persone in posizione di potere che sfruttano, che si comportano da predatori e finiscono per affamare il popolo, spinte da un’ossessione per l’accumulo di risorse, come se fosse necessario “mangiare per dieci”. È un’immagine per dire quanto sia radicata questa logica dell’accumulazione. Così facendo, diventano complici anche di altri attori che vedono l’Africa soltanto come una terra da sfruttare. Quando si parla di corruzione, quindi, il primo livello da considerare è proprio il comportamento delle élite. È a questo livello che deve avvenire il cambiamento. E credo che
anche la Chiesa abbia una responsabilità, perché fa parte, in qualche modo, delle élite: non possiamo limitarci a puntare il dito contro gli altri,
dobbiamo interrogarci anche su come ci comportiamo noi. Il messaggio della Chiesa, infatti, può essere credibile solo se siamo i primi a fare la differenza.
Quale può essere a questo proposito l’impegno della Chiesa?
Impegnarsi come Chiesa significa accompagnare i processi di cambiamento: saper riconoscere ciò che di buono viene fatto e sostenerlo, ma anche individuare ciò che non è accettabile e denunciarlo. Il Papa ha parlato chiaramente della necessità e della capacità di denunciare il male: questo fa parte della missione della Chiesa. Un altro ambito fondamentale è quello della formazione. La Chiesa in Africa ha fatto molto in questo campo: molte persone che oggi fanno parte delle élite sono passate dalle nostre scuole. E allora viene spontaneo chiedersi: che cosa hanno davvero imparato? Forse è necessario rivedere il nostro modo di educare, di formare le persone, di preparare i giovani. La corruzione è una realtà scioccante, che la Chiesa non può ignorare. Si sta già facendo qualcosa, ma si può e si deve sempre fare di più. Anche come Caritas dobbiamo fare la nostra parte. Non si tratta di fare discorsi autoreferenziali, ma di dire con onestà che ci proviamo, in diversi modi, come parte della Chiesa.
Oltre al tema della corruzione quali sono oggi le principali sfide per le Caritas in Africa?
Accanto alla corruzione ci sono molte altre sfide, come il cambiamento climatico. Povertà, migrazioni, sfruttamento, emergenze che distruggono vite e infrastrutture: tutto questo è legato anche ai cambiamenti climatici, per i quali il continente africano non è preparato. A livello globale si parla molto di questi temi — basti pensare agli incontri annuali delle COP — ma è evidente la distanza tra le richieste della società civile e le resistenze di chi detiene il potere decisionale, spesso poco disposto a un vero cambiamento. Alcuni attori internazionali — come la Cina — operano in Africa, il loro interesse principale resta l’accesso alle risorse. Allo stesso modo, anche altri Paesi stringono accordi di cui spesso non si conoscono nemmeno i contenuti. Io vengo dalla Repubblica Democratica del Congo, uno dei Paesi più ricchi al mondo in termini di risorse naturali, eppure segnato da una povertà diffusa. Le sfide, quindi, sono enormi. Certo, esistono anche realtà in cui qualcosa sta cambiando, ma nel complesso il continente deve affrontare difficoltà molto grandi.
Come Chiesa, il nostro compito è accompagnare questi processi: contribuire alla lotta contro la corruzione e sostenere le comunità che cercano di migliorare le proprie condizioni di vita.
Quali sono le ricadute in Africa del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran?
Se già in Europa si avvertono gli effetti, nonostante strutture e sistemi di controllo più solidi, è facile immaginare quanto l’impatto sia ancora più forte in Africa. Pensiamo, ad esempio, all’aumento del prezzo del petrolio e alle sue conseguenze, il cui esito è ancora incerto. Ci auguriamo che si possa arrivare a una stabilizzazione, anche perché forse si sta comprendendo che la sola forza militare non è sufficiente a risolvere i problemi.
L’Africa soffre anche del taglio degli aiuti umanitari, come quello di UsAid. Che impatto ha avuto?
Un impatto molto forte. Molti programmi, soprattutto nel campo della salute e degli aiuti umanitari, sono stati interrotti da un giorno all’altro. Ho visitato Paesi come Malawi ed Etiopia, nella regione dei Grandi Laghi, nel Corno d’Africa e nell’area saheliana: la situazione è drammatica. È stata vissuta come una grande ingiustizia, perché decisioni così improvvise hanno conseguenze dirette su milioni di persone. Detto questo, vediamo anche un possibile aspetto positivo: forse è il momento di cambiare qualcosa, di superare una certa dipendenza dall’assistenzialismo. Serve un cambio di paradigma. Abbiamo bisogno di un cambiamento di mentalità. Non possiamo continuare ad aspettare che siano gli altri a decidere per noi, quasi concedendoci il diritto di vivere. Non è facile, ma è possibile.
Povertà, ingiustizia e corruzione non sono una fatalità. Si può cambiare. L’Africa deve fare la sua parte, ma anche la comunità internazionale deve assumersi le proprie responsabilità.

