Una cella, una disabilità, una povertà: la Chiesa italiana impara a leggere insieme le tante vulnerabilità

A Roma, dal 16 al 18 aprile, il II Incontro nazionale Cei per la tutela dei minori cambia il lessico: dall'adulto vulnerabile alle "persone in situazioni di vulnerabilità". Disabilità, carcere, povertà: una condizione dinamica che attraversa la vita e interpella la Chiesa. Leone XIV: la tutela "chiede una sapienza che investe lo stile delle comunità"

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La vulnerabilità non è una categoria da archivio, ma una soglia che attraversa la vita. Può presentarsi come una malattia, una disabilità che priva della parola, una cella che isola, una povertà che arriva sfinita a chiedere aiuto. Non ha un volto solo, e non resta mai ferma. È da questo cambio di sguardo che si comprende il senso del II Incontro nazionale dei referenti territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, in corso a Roma dal 16 al 18 aprile sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”. Tre giornate organizzate dal Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili (Sntm) della Cei, che ridisegnano la mappa delle fragilità che interpellano la comunità ecclesiale.

Dalla categoria statica alla condizione dinamica
Il primo snodo è linguistico, ma non solo. Il canonista p. Luigi Sabbarese, della Facoltà Teologica Italia Meridionale, ha ripercorso l’evoluzione del concetto di adulto vulnerabile, definito dal motu proprio Vos estis lux mundi come “ogni persona in stato d’infermità o di privazione della libertà personale”. Oggi il passaggio è verso le “persone in situazioni di vulnerabilità”: non un’etichetta stabile, ma una condizione dinamica. “Dobbiamo chiederci quando e come una persona diventa vulnerabile”, spiega mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia commissione per la tutela dei minori. Don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, offre la distinzione più netta: “Per fragilità intendiamo una condizione antropologica costitutiva della persona. La vulnerabilità è quella condizione in cui la tua fragilità è messa a rischio”.

Le molte facce di una stessa domanda
La tavola rotonda tra gli uffici della Cei ha mostrato che nessuna vulnerabilità si legge isolata. Suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili, ricorda che “il 60% del mondo delle persone con disabilità spesso è non verbale”: per loro un centro di ascolto con barriere fisiche o un sito web inaccessibile non sono dettagli tecnici, ma porte chiuse. Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, fotografa i 63mila detenuti degli istituti italiani e il dramma di chi, alla vigilia della scarcerazione, si toglie la vita “per mancanza di speranza”. Don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, osserva che “ogni persona che arriva in un centro di ascolto porta con sé dai tre ai quattro bisogni. Una povertà complessa, multiforme”. Sono volti diversi di una stessa domanda: chi intercetta la frattura prima che diventi ferita?

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Dalla procedura alla cultura del rispetto
Nella prolusione di apertura, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, ha chiesto “una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future”: non solo procedure, ma conversione dello sguardo. Una linea ribadita da Chiara Griffini, presidente del Sntm: “Il safeguarding deve diventare parte dell’ethos quotidiano delle comunità cristiane”. Andrea Farina, coordinatore dell’Osservatorio salesiano per i diritti dei minori, sottolinea che la prevenzione richiede “uno sforzo complessivo che dalla reazione passi alla pro-azione”. E Luigina Mortari, ordinario di pedagogia all’Università di Verona, offre l’immagine più densa: “Avere cura è diserbare il mondo della vita da ogni seme di violenza”. La stessa cura attraversa lo spettacolo “Avrò cura di te”, in scena venerdì sera per la regia di Paolo Logli: pagine bibliche e testi di cantautori intrecciati attorno alla domanda di senso, “a partire dagli ultimi degli ultimi”.

La Chiesa luogo di guarigione, non di vulnerabilità aggiunta
Resta la domanda più scomoda, posta da Griffini: la Chiesa riesce a essere “luogo di guarigione, non di vulnerabilità aggiunta”? Nel messaggio al card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, e firmato dal card. Pietro Parolin, Leone XIV ricorda che la presenza dei più piccoli e dei più vulnerabili “interpella la coscienza della Chiesa e misura la sua capacità di esprimere una cura autentica, cioè di proteggere, di ascoltare, di prevenire, di non lasciare nessuno solo”. Una cura che “chiede una sapienza” capace di investire lo stile delle comunità e la formazione degli educatori. È lì – tra parrocchie, diocesi, pastorale della salute, carceri, Caritas – che si vedrà se il nuovo lessico ha davvero cambiato gli occhi di chi ascolta.

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