Resurrezione: mons. Paglia, “da soli in Paradiso non si entra”

(Foto Calvarese/SIR)

(Torino) “La resurrezione risponde al bisogno di non finire”. Queste le parole che interpretano la speranza della resurrezione, rileggendola non come fuga dal mondo, ma come compimento della vita umana, pronunciate da mons. Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la vita che oggi, nello Spazio Media Cei e Uelci del Salone internazionale del Libro di Torino, ha partecipato, assieme al direttore di Avvenire, Marco Girardo, alla presentazione del suo libro “La vita e l’attesa”. L’uomo, ha osservato il presule, porta dentro di sé una domanda radicale: il desiderio che la vita non sia destinata al nulla. “Noi siamo già immortali”, ha affermato, indicando come la cultura e le religioni abbiano sempre cercato segni di continuità oltre la morte. La tradizione cristiana, ha ricordato, non propone un aldilà statico o solitario. “Il Paradiso non sarà noia, ma un banchetto, un brindisi”, ha detto, utilizzando immagini relazionali e conviviali per descrivere la pienezza della vita futura. Non una condizione astratta, dunque, ma una realtà di comunione. La resurrezione, secondo mons. Paglia, non è separazione ma trasformazione. “Da soli in Paradiso non si entra”, ha sottolineato, ribadendo che la salvezza ha una dimensione necessariamente comunitaria. Il legame tra le persone non si interrompe, ma trova una forma nuova e compiuta. In questa prospettiva, il Paradiso non è soltanto atteso, ma già anticipato nella storia. “Se io ti do un abbraccio è il Paradiso”, ha affermato il presule, mentre la violenza e la guerra rappresentano la sua negazione. La vita eterna, dunque, si innesta nella quotidianità attraverso i gesti di cura e di relazione. La resurrezione diventa così chiave di lettura dell’esistenza: non annullamento della vita, ma sua esaltazione. “Non ci scioglieremo come neve al sole”, ha concluso, indicando una speranza che trasfigura il presente senza negarlo.

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