(Torino) “Le morte ci fa paura perché rompe i legami”. Mons. Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la vita, intervenuto oggi alla presentazione del suo libro “La vita e l’attesa” svoltasi nello Spazio Media Cei e Uelci del Salone internazionale del Libro di Torino, alla presenza del direttore di Avvenire, Marco Girardo, parte da questa constatazione per leggere il fine vita come una questione che non riguarda soltanto l’individuo, ma l’intera società. La morte, ha sottolineato, è percepita come nemica perché spezza ciò che costituisce l’umano: la relazione. “La morte è un nemico, una schifezza”, ha affermato con nettezza, denunciando una cultura che tende a rimuoverla e a ridurla a fatto privato, spesso vissuto nella solitudine. Il presule ha individuato nella contemporaneità una deriva individualista sempre più marcata: “Troppi io” che finiscono per trasformarsi in “egolatria”, fino a una sorta di monoteismo dell’io. Una dinamica che, ha osservato, attraversa la vita sociale e politica e alimenta conflitti e incomprensioni. “Il Covid ci ha dato una sberla e ci ha ricordato che siamo interconnessi”, ricorda, evidenziando come l’esperienza pandemica abbia reso evidente la fragilità dei legami umani. Da qui l’appello a una svolta culturale: non solo normativa, ma antropologica. “Non si può morire soli, senza speranza”, ha affermato, richiamando la necessità di ricostruire un tessuto di relazioni che accompagni la persona fino alla fine. Anche il dibattito sul fine vita, aggiunge, rischia di essere sterile se non inserito in una visione più ampia dell’umano e del bene comune. Le leggi, infatti, “hanno senso solo se c’è un ethos condiviso”, altrimenti rischiano di diventare “dittature esteriori”. Per Paglia, la sfida decisiva è riscoprire il “noi” come dimensione originaria dell’esistenza. Una rivoluzione che riguarda la politica, l’economia e anche la fede, perché, afferma, “o ci salviamo insieme o non ci salviamo”.