“Quando lo sport pretende di sostituirsi alla religione, perde il suo carattere di gioco e di servizio alla vita, diventando assoluto, totalizzante, incapace di relativizzare sé stesso”. È il monito del Papa, che nella lettera “La vita in abbondanza” afferma che “non è raro che lo sport venga investito di una funzione quasi religiosa”: “Gli stadi sono percepiti come cattedrali laiche, le partite come liturgie collettive, gli atleti come figure salvifiche. Questa sacralizzazione rivela un bisogno autentico di senso e di comunione, ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza”. In questo contesto, per Leone XIV, “si inserisce anche il pericolo del narcisismo, che attraversa oggi l’intera cultura sportiva”: “L’atleta può rimanere fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso. Il culto dell’immagine e della prestazione, amplificato dai media e dalle piattaforme digitali, rischia di frammentare la persona, separando il corpo dalla mente e dallo spirito”. “È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri”, l’appello del Papa: “Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità”, come San Pier Giorgio Frassati, “giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport”: “Pier Giorgio era appassionato di alpinismo e organizzava spesso escursioni con i suoi amici. Andare in montagna, immergersi in quegli scenari maestosi gli faceva contemplare la grandezza del Creatore”.