“Sembra che l’umanità sia più esperta di guerra che di pace, ma la guerra rimane un enigma incomprensibile che ha molti volti e assurde ragioni. La guerra è un disastro economico, l’investimento sugli armamenti con l’argomento della deterrenza è una devastazione. Eppure con quanta frequenza e accanimento si fanno le guerre: questo forse induce a disperare sul futuro dell’umanità. C’è, certo, un diritto di difesa del Paese aggredito contro l’oppressore, ma anche questo è un disastro. Si deve dire che la guerra è solo guerra e nient’altro”. A scandire una condanna senza appello di ogni guerra è stato l’arcivescovo di Milano Mario Delpini che è intervenuto ieri al convegno dedicato, presso l’Università Cattolica, all’economia come via per la pace e al quale hanno preso parte economisti, banchieri, docenti.
“Non tutte le economie sono utili per la pace”, ha spiegato ancora il presule, “infatti un’economia fondata sulla proprietà di risorse conduce a incrementare il divario tra chi le possiede e chi no, a propiziare la ricerca di risorse a scapito delle buone relazioni tra coloro che sono proprietari e coloro che ne hanno bisogno. Questo, come europei, ci rende tormentati da un senso di colpa: bisogna dire che abbiamo fatto danni, ma che ora vogliamo costruire percorsi di pace”.
Il richiamo è al discorso tenuto, nel 2023, da Papa Francesco ai dirigenti d’impresa, quando disse: “Voi siete un motore essenziale della ricchezza, della prosperità, della felicità di tutti. Il primo capitale della vostra azienda siete voi: il vostro cuore, la vostra coscienza”.
Da qui la sottolineatura del fattore umano che deve essere oggetto di una speciale attenzione in specifico in un’Università come la “Cattolica”, senza dimenticare l’importanza di strumenti come la remissione dei debiti, quale “atto di giustizia”, perché “il debito dei paesi poveri ha raggiunto livelli incompatibili con la possibilità di una vita dignitosa e con uno sviluppo inclusivo e senza questo non c’è pace e non c’è sicurezza per nessuno, in un mondo che si frammenta ma che rimane profondamente interconnesso”.
Insomma, a fronte di una “asimmetria iniqua dell’architettura finanziaria internazionale per cui proprio i più poveri pagano i tassi più alti», è necessaria «un’economia che deve ricercare la giustizia”. Secondo alcuni modelli che già esistono come l’economia cooperativistica di cui la Lombardia è stata esempio fin dal XIX secolo. Ossia “un’economia che non sia solo un luogo di profitto, ma fondata sul lavoro come fattore di crescita economica condivisa tra i lavoratori, un sistema che può delinearsi non statico e non ispirato dall’intenzione dei privilegiati di mantenere i propri privilegi”.