Una questione di fiducia

“Per colpa di qualcuno, non si fa credito a nessuno”. Con questo slogan, mutuato da qualche negoziante del territorio (chissà, forse di Bibano), il Presidente Zaia ha ribadito con forza, nelle conferenze stampa di lunedì e di martedì scorso, le responsabilità di “una minoranza” che, anche in Veneto, sembra ritenere che il Coronavirus non esista oppure che non sia “un problema sociale e comune a tutti” ma puramente “una questione individuale”: un problema di qualcun altro, insomma, una faccenda che non mi interessa e non mi riguarda. I discorsi dai toni insolitamente duri nascono dalla preoccupazione che gli assembramenti dello scorso fine settimana – numerosissime le foto di piazze e vie di città, di sentieri di montagna o di lungo mare gremiti di gente – producano ben presto nuovi contagi e conseguentemente intasino i pronto-soccorso e aumentino i ricoveri per Covid negli ospedali, andando così ad appesantire ed a rallentare il complesso meccanismo della sanità pubblica veneta.

“Per colpa di qualcuno, non si fa credito a nessuno”. Con questo slogan, mutuato da qualche negoziante del territorio (chissà, forse di Bibano), il Presidente Zaia ha ribadito con forza, nelle conferenze stampa di lunedì e di martedì scorso, le responsabilità di “una minoranza” che, anche in Veneto, sembra ritenere che il Coronavirus non esista oppure che non sia “un problema sociale e comune a tutti” ma puramente “una questione individuale”: un problema di qualcun altro, insomma, una faccenda che non mi interessa e non mi riguarda. I discorsi dai toni insolitamente duri nascono dalla preoccupazione che gli assembramenti dello scorso fine settimana – numerosissime le foto di piazze e vie di città, di sentieri di montagna o di lungo mare gremiti di gente – producano ben presto nuovi contagi e conseguentemente intasino i pronto-soccorso e aumentino i ricoveri per Covid negli ospedali, andando così ad appesantire ed a rallentare il complesso meccanismo della sanità pubblica veneta. Sembra che lo spirito di squadra che abbiamo percepito e vissuto in primavera – ricordate i canti dai balconi e i lenzuoli con “andrà tutto bene”? – oggi si sia notevolmente affievolito e Zaia si è lamentato del fatto che “al noi abbiamo sostituito l’io”. Da qui l’appello – che facciamo nostro e che rilanciamo – alla responsabilità, al senso civico, all’etica, al senso di comunità: senza tutto questo, senza sentirsi parte di una comunità, sarà difficile sconfiggere la pandemia.
Resta da spiegare come mai questo forte cambio di sensibilità nell’opinione pubblica. Come mai una minoranza – non poi così insignificante – non prende più sul serio le indicazioni a tenere alta la guardia da parte delle Regioni (ma direi anche a livello nazionale e delle autorità sanitarie)? Perché sembra essersi allentata quella mobilitazione collettiva in favore di medici e infermieri cui abbiamo assistito nella scorsa primavera? Perché è venuto meno quel senso di unità e di coesione sociale di cui abbiamo dato testimonianza nella prima ondata del Coronavirus?
Le motivazioni sono numerose e di varia natura. Certamente il moltiplicarsi delle voci dei “maestri del sospetto” – uno su tutti, ma non certo l’unico, Diego Fusaro – che profetizzano oscuri complotti e le cui opinioni fanno breccia (e confusione). Le ragioni più serie di questo cambiamento di atteggiamento, però, si radicano in una certa stanchezza che sta segnando l’intera nazione, dopo mesi di sacrifici e anche di “messaggi” contradditori (non ultimi anche da parte dei virologi). Serpeggia così nella società italiana un crescente malumore, dovuto ad un’economia che procede a singhiozzo e che vede numerose categorie colpite ancora una volta da un blocco pressoché totale. La scuola e i trasporti, in questo inizio di autunno, potevano essere gestiti dalle autorità competenti in modo più oculato, mentre hanno dato l’impressione di un certo grado di improvvisazione.
Il timore di alcuni è che le cose andranno come andranno e che le misure messe in campo (sia a livello nazionale sia a livello regionale) non serviranno granché a sconfiggere la pandemia. Di fronte a questo fatalismo, che poi sfocia nell’oraziano “Carpe diem” e nei noti versi di Lorenzo de’ Medici (“Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuole esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”), l’unica strategia del Governo e delle Regioni è dimostrare che si vuole fare sul serio e che le misure di contenimento (poche regole, ma ben chiare e fatte rispettare) possono davvero funzionare. Insomma, si tratta di riconquistare la fiducia della gente. E poi bisogna ribadire il dato di fatto, la realtà, i numeri: la continua crescita – anche se non così eclatante come in primavera ma pur sempre in salita – dei positivi al Covid e dei ricoveri negli ospedali. Governo e Regioni, infine, dovrebbero collaborare di più e aiutarci a capire che si tratta di tenere duro ancora qualche mese: non un tempo breve, certo, ma nemmeno un tempo indefinito! Allora forse si tornerebbe a “dar credito” e a serrare nuovamente i ranghi, a beneficio soprattutto delle fasce più deboli e fragili, che sono le più colpite e le più in sofferenza a causa del Covid.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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