“Il rischio più grande che in particolare l’Unione Europea corre è quello di non venire a capo della frammentazione sociale e culturale che caratterizza le società dei suoi vari Paesi e la divisione che persiste, talora in maniera clamorosa, tra i vari Paesi che la compongono. La mancanza di unità non ha solo l’effetto di lasciare l’Ue sempre di più in balia delle potenze che attualmente hanno la forza di dominare la geo-politica, ma anche di impedire alle società delle varie nazioni di maturare un’attitudine positiva e costruttiva a fronte delle attese enormi che gravano sulle sue istituzioni dai vari punti di vista economico, sociale e culturale”. È il monito lanciato questa mattina da mons. Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea (Comece), intervenendo alla Conferenza sul tema “Costruire la pace in Europa: quale ruolo per il pensiero sociale cattolico e i valori universali?”, promossa dalla Comece, dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e dalla Luxembourg School of Religion & Society, in programma oggi a Lussemburgo.

(Foto Comece)
“L’Europa – ha detto Crociata – detiene un potenziale enorme sul piano culturale, scientifico, tecnico e anche economico, ma corre il rischio di vederlo deperire e sfuggire di mano in assenza di una sua adeguata e comune valorizzazione. Questo alla fine avrebbe l’effetto di impedirle di affrontare – o almeno di contribuire a farlo – il dramma delle guerre in corso e di farlo superare con il raggiungimento di una pace giusta e duratura”. Nel suo intervento Crociata delinea due priorità. “La prima vittima della guerra in Europa e ai suoi confini è la perdita della speranza nella possibilità di recuperare un quadro ordinato di relazioni e una condizione di pacifica convivenza”. Tornare invece a credere a questa possibilità – sottolinea il vescovo – “è la premessa di ogni azione e iniziativa”.
La seconda priorità è “riscoprire il senso di umanità, e quindi le condizioni disumane in cui la guerra riduce masse incalcolabili di persone dall’una e dall’altra parte dei fronti in conflitto. Non si tratta di suscitare e alimentare sterili o passeggere emozioni compassionevoli – argomenta Crociata -, ma di risvegliare un senso di umanità che susciti la percezione del dolore di persone che sono come noi, e con essa la volontà di contribuire alla fine di quelle inaudite sofferenze”. “C’è bisogno, dunque, di quel senso elementare di umanità da risvegliare trasversalmente in tutti al di là di tutte le differenze e contrapposizioni sociali, ma tale da far crescere il desiderio di fermare la carneficina e da farlo diventare un movimento collettivo sempre più potente”.