“Siamo estremamente grati per il lavoro dell’Amministrazione nell’affrontare alcune sfide che riguardano i lavoratori religiosi di origine straniera, i loro datori di lavoro e le comunità americane che servono”. Lo affermano mons. Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, e mons. Brendan J. Cahill, presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza, commentando la norma transitoria finale emessa ieri dall’Amministrazione Trump. La norma riguarda i lavoratori religiosi di origine straniera che cercano di continuare i loro ministeri negli Stati Uniti. I sacerdoti cattolici, i religiosi e altri che possiedono visti per lavoratori religiosi (R-1) sono tenuti a lasciare gli Stati Uniti al raggiungimento del periodo massimo di permanenza per quel visto (cinque anni) e poi possono eventualmente tornare con un successivo visto R-1. In precedenza, era richiesto di trascorrere almeno un anno intero fuori dagli Stati Uniti tra un visto e l’altro. La norma annunciata ieri modifica i regolamenti federali eliminando il tempo minimo richiesto fuori dal Paese, a condizione che si soddisfino tutti gli altri requisiti. “Questa modifica mirata è un passo veramente significativo che aiuterà a facilitare i servizi religiosi essenziali per i cattolici e le altre persone di fede in tutti gli Stati Uniti, riducendo al minimo le interruzioni dei ministeri”, dichiarano i due presuli. I vescovi sollecitano tuttavia il Congresso ad approvare il Religious Workforce Protection Act, proposta di legge bipartisan che consentirebbe di estendere lo status R-1 oltre i cinque anni fino alla decisione sulla residenza permanente, evitando le interruzioni causate dagli arretrati nelle domande di green card.