Mancano meno di novanta giorni al voto di midterm del 3 novembre e gli Stati Uniti entrano nella fase decisiva della campagna elettorale che vedrà il totale rinnovo della Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato. La domanda decisiva non è su chi controllerà il Congresso, ma piuttosto quanto siano ancora solide le regole del gioco democratico.
Le ultime primarie hanno cominciato a comporre il mosaico dei candidati. Tra i democratici hanno trovato spazio anime diverse: il progressista Abdul El-Sayed ha conquistato la nomination al Senato in Michigan, mentre in Wisconsin il moderato David Crowley ha battuto per meno di un punto la socialista democratica Francesca Hong, nonostante fosse in vantaggio nei sondaggi: a riprova ancora una volta che le interviste pre-elettorali non decidono i risultati delle schede. Più che una svolta ideologica uniforme, sul fronte democratico, il voto segnala insofferenza verso l’establishment e il peso crescente di un elettorato giovane, istruito e iperconnesso, che si dichiara indipendente e si schiera, spesso solo negli ultimi giorni. Sul fronte repubblicano resta invece determinante l’impronta di Donald Trump. I candidati alle primarie del GOP continuano a pendere dal suo sostegno, anche se due di loro hanno già dovuto fare i conti con una cocente sconfitta e la sorella del defunto senatore Lindsey Graham andrà al ballottaggio per guadagnarsi la candidatura in Carolina del Sud.
La battaglia, però, si sta giocando ancor prima che una scheda venga depositata nell’urna. Il ridisegno dei collegi elettorali sotto Trump ha modificato la geografia elettorale degli Stati, ma anche dei gruppi etnici, sopprimendo collegi dove il sostegno degli afroamericani ai democratici sarebbe stato decisivo. Secondo una ricostruzione Reuters, le nuove mappe in vigore in dieci Stati rafforzano le possibilità per i repubblicani di conquistare otto seggi, mentre i democratici ne ipotecano sei. Una linea sulle mappe potrebbe di fatto decidere chi controllerà una Camera controllata dai repubblicani per soli sei voti. La normale durezza dello scontro politico incrocia una preoccupazione più profonda: l’erosione della fiducia nelle istituzioni e nell’integrità del voto. Martedì la giudice federale Indira Talwani ha esteso a livello nazionale il blocco di una parte dell’ordine esecutivo con cui Trump punta a irrigidire il voto per corrispondenza. Il presidente aveva chiesto, tra l’altro, che il servizio postale consegnasse le schede solo agli elettori presenti in liste di cittadini verificati, con criteri particolarmente complessi e che non spetta alle Poste determinare. Per la giudice, cambiare le regole alla vigilia del voto rischia di interferire con competenze che la Costituzione assegna agli Stati. L’amministrazione si è già rivolta alla Corte Suprema.
Trump continua intanto a rilanciare il tema delle frodi e dei falsi elettori, senza aver fornito prove che dimostrino un voto illegale su larga scala capace di alterare un’elezione. È una narrazione che mobilita una parte della sua base, ma che riapre la ferita del 2020 e sposta il confronto dal “chi vincerà” al “quali risultati saranno riconosciuti”.
L’allarme non arriva soltanto dall’opposizione politica. Più di 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale riuniti nella rete The Steady State denunciano lo smantellamento dei contrappesi al potere esecutivo e una deriva autoritaria. Molti hanno trascorso la carriera lontano dai riflettori; il fatto che abbiano scelto di parlare pubblicamente misura la profondità della preoccupazione. Alcuni vedono nelle pressioni sulle agenzie per la sicurezza, anche delle elezioni, nella punizione del dissenso e nell’uso politico dell’intelligence segnali tipici di sistemi nei quali il potere cerca progressivamente di liberarsi dei propri limiti.
Il paradosso americano è tutto qui. Una democrazia costruita sulla diffidenza verso il potere assoluto e divino dei re, che si trova ad affrontare le elezioni di midterm con un presidente che ha esteso in modo sproporzionato i poteri dell’esecutivo, mettendo alla prova proprio quei contrappesi che ha giurato di difendere. Il 3 novembre gli americani sceglieranno deputati e senatori. Ma, in una misura forse più profonda, voteranno anche sulla capacità delle istituzioni di restare più forti di chi temporaneamente le governa.

