“Garantire corridoi umanitari per la popolazione civile” e sostenere “un immediato cessate il fuoco”. Con queste parole Papa Leone XIV ha riportato ieri all’Angelus l’attenzione del mondo sulla “tragica situazione in Sudan”, esprimendo la sua vicinanza a una nazione che sta perdendo un’intera generazione a causa di un conflitto che dura da oltre tre anni. L’appello del Papa arriva in un momento cruciale: mentre la comunità internazionale fatica a mobilitare risorse, il Sudan è diventato il teatro della più grande crisi umanitaria del pianeta, con oltre 33 milioni di persone che dipendono dagli aiuti per sopravvivere.
L’inferno di El Obeid: la “colonna sonora” dei droni. Il baricentro della sofferenza si è spostato verso la regione del Kordofan. El Obeid, capitale del Kordofan settentrionale e snodo logistico vitale tra Khartoum e il Darfur, vive sotto un assedio che sta annientando la popolazione. Per i 500.000 residenti e i 100.000 sfollati che vi hanno cercato rifugio, il ronzio dei droni — fino a 40 contemporaneamente — è diventato la “colonna sonora” delle loro giornate. Nei giorni scorsi anche nello Stato del Darfur settentrionale un attacco di droni contro un tribunale nel villaggio di Garra al-Zawaya ha causato la morte di 35 persone, secondo quanto riferito dall’organizzazione Emergency Lawyers.
In quattro mesi uccisi 880 civili. Nei primi quattro mesi del 2026, gli attacchi condotti con droni hanno ucciso almeno 880 civili nell’area, rappresentando l’80% dei decessi totali registrati dalle Nazioni Unite nella regione. Le Forze di supporto rapido (Rsf) che combattono contro l’esercito governativo (Forze armate sudanesi – Saf) utilizzano una tattica deliberata di logoramento, colpendo infrastrutture critiche come l’Ospedale Britannico e i punti di distribuzione idrica. Le donne e le ragazze che tentano di raccogliere acqua sono vittime di violenze sessuali sistematiche, usate come arma di guerra per terrorizzare la comunità. A questo si aggiunge un’epidemia di colera aggravata dalle piogge incessanti e dalla distruzione delle strutture sanitarie, che colpisce in modo sproporzionato i bambini.

(foto: Peter Fitzgerald, Local_Profil, Kwamikagami, :wikipedia:User:Orthuberra, CC BY-SA 2.5 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5>, via Wikimedia Commons)
La battaglia per l’autostrada Al Sadarat. Sul piano militare, le Forze armate sudanesi (Saf) hanno lanciato a fine luglio una vasta offensiva terrestre nel Kordofan settentrionale per spezzare l’isolamento della capitale. In un’operazione molto rapida l’esercito ha annunciato la riconquista dell’autostrada Al Sadarat, ripristinando il controllo su 350 chilometri del corridoio logistico che collega Omdurman a El Obeid. La ripresa di centri come Bara, situata a soli 45 chilometri da El Obeid, rappresenta una linfa vitale logistica per il governo, interrompendo le linee di rifornimento delle Rsf tra le loro roccaforti nel Darfur e il Sudan centrale.
Il miraggio degli aiuti e il nodo dei corridoi umanitari. L’appello del Papa per i corridoi umanitari tocca il nervo scoperto di una crisi definanziata.
Il Piano di risposta umanitaria 2026 è finanziato solo per il 40% rispetto ai 2,9 miliardi di dollari necessari.
Nonostante la proroga dell’apertura del valico di Adré al confine con il Ciad fino al 30 settembre 2026 — decisione accolta con favore dall’Onu per permettere l’ingresso dei convogli alimentari — l’accesso resta un “azzardo mortale”.
A complicare il quadro è la crisi globale dello Stretto di Hormuz: il blocco dei transiti petroliferi e commerciali nel Golfo ha fatto impennare i prezzi di carburante e fertilizzanti. In Sudan, i costi del trasporto umanitario sono esplosi, e la mancanza di fertilizzanti chimici minaccia di azzerare i raccolti agricoli nel 2027, accelerando il rischio di una carestia di massa.
Oro e interferenze: il motore della guerra. Mentre la popolazione muore di fame, il conflitto continua a essere alimentato dal contrabbando di oro. Tra le 50 e le 70 tonnellate del prezioso metallo vengono “ripulite” ogni anno attraverso raffinerie in Paesi terzi, generando tra i 4,5 e gli 8 miliardi di dollari che finanziano le armi di entrambi i contendenti. Questa economia di guerra, unita al supporto tecnologico e satellitare fornito da attori esterni, elimina di fatto qualsiasi “zona sicura” all’interno del Paese. Una interpellanza parlamentare presentata nei giorni scorsi da alcuni deputati e senatori su iniziativa della Fondazione Nigrizia chiede al governo “maggiore trasparenza, tracciabilità e l’applicazione rigorosa dei regolamenti europei” sulla due diligence (i doveri delle aziende) per bloccare i flussi che alimentano indirettamente il conflitto.
Una catastrofe dei diritti umani che si consuma nel silenzio. L’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riunitosi nei giorni scorsi su richiesta di Danimarca e Regno Unito, sottolinea l’urgenza di passare dalle parole all’azione. Come richiesto dal Papa è necessario un cessate il fuoco immediato e la creazione di percorsi sicuri per il cibo e le medicine. La popolazione sudanese non può più aspettare.

