Ebola in R. D. Congo. Crescono contagi e vittime, servono motociclette per trasportare i malati

Il rarissimo ceppo Bundibugyo si espande dall’Ituri ad altre quattro province orientali della Repubblica Democratica del Congo, mentre alcuni casi si registrano nei Paesi confinanti. Ambulanze bloccate, sanitari senza stipendio, guerra, milizie e diffidenza della popolazione ostacolano la risposta. Xavier Macky (Justice Plus): “Siamo ancora troppo lontani dal picco”. Padre Eliseo Tacchella: “C’è chi crede che il virus sia un’invenzione”

L’epidemia di febbre emorragica Ebola dal ceppo rarissimo Bundibugyo registra in queste ore un’impennata in tutta la Repubblica Democratica del Congo. Le ambulanze non sono sufficienti e in molti casi non arrivano a destinazione perché le strade sono interrotte o non esistono. L’ultima richiesta dei sanitari è quella di poter ottenere delle motociclette per trasportare i pazienti. “La situazione non sta evolvendo positivamente”, ci racconta al telefono da Bunia, in Ituri, Xavier Macky, coordinatore dell’organizzazione congolese Justice Plus.
“I casi aumentano rapidamente e siamo ancora troppo lontani dal picco: per riuscire a far al meglio il lavoro di intervento servono troppe cose. Le ambulanze in alcuni casi non arrivano, ci vorrebbero delle moto, che sono più agili”.Scoppiato nella provincia aurifera dell’Ituri, precisamente a Mongbwalu il 15 maggio scorso, questo focolaio ancora senza vaccino, non si contiene. Si è esteso ad altre quattro province orientali: Nord e Sud Kivu, l’Alto Uele, e Tshopo. E minaccia i paesi limitrofi dove si registra qualche caso. Il 90% degli infetti resta concentrato nell’Ituri, ma la paura serpeggia anche altrove.
Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità al 30 luglio erano stati registrati 3.748 infetti e 1.587 decessi. Il senso di impotenza, unito ad una sorta di rallentamento nell’intervento, per via della guerra, delle milizie, dello scetticismo della gente e della scarsa prevenzione, rende il diciassettesimo focolaio uno dei più difficili da stroncare.

Scrive la Reuters che medici e infermieri non vengono pagati da tre mesi e questo genera tensione e scioperi. “Chi si prenderà cura di noi se ci ammaliamo? Chi ci pagherà?”, dice Sophie Kabondo, operatrice sanitaria. In una sola settimana a luglio scorso, sono stati segnalati oltre 560 nuovi casi e quasi 300 morti: il dato più alto dall’inizio dell’epidemia. La paura del complotto però resta uno degli ostacoli maggiori.“Ci sono due categorie di persone qui – ci confessa padre Eliseo Tacchella, comboniano a Isiro, nell’Alto Uele – Quelli che sono convinti della pericolosità dell’Ebola, e chi pensa che sia tutta un’invenzione. Credono che se la gente va in ospedale iniettano in loro il virus dell’ebola o altro, e poi muoiono! La credenza è che ad ogni morto gli operatori sanitari ci guadagnino qualcosa. Siamo alla follia”.L’Alto Uele sembrava abbastanza al riparo dalle milizie armate e dal virus, tanto che padre Tacchella, giunto quest’inverno in Congo per una nuova missione, ci rassicurava sulla relativa pace della provincia. Poi anche qui i gruppi armati legati all’Uganda hanno iniziato a fare irruzione.Alcuni giorni fa un momento di gioia ha interrotto la tensione, nella parrocchia di Sant’Anna: “il coro ha celebrato e i giovanissimi cantanti hanno organizzato una giornata di festa che ha richiamato molti invitati da tutto il quartiere”, racconta padre Eliseo.
Nel distretto minerario di Mongbwalu, dove tutto è iniziato, la vita non si è fermata nonostante Ebola: “l’economia dell’oro continua ad attirare un flusso incessante di lavoratori, commercianti e persone in cerca di fortuna, trasformando la città mineraria in un crocevia dove il virus viaggia velocemente”, scrive il The Star che parla di “febbre dell’oro”.
Mumbere Saidi è un ragazzo di 27 anni: era fuggito verso l’Ituri incalzato dalle milizie armate, e nelle miniere del nord-est aveva trovato un lavoro. Passava le giornate a setacciare la terra alla ricerca di qualche pepita. Poi è arrivato l’Ebola e la sua vita è di nuovo a rischio. Tre crisi concomitanti sono davvero troppe per un solo Paese e la popolazione congolese non regge più a tanta tensione e dolore.

(*) Popoli e Missione

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