“Un servo eroico della riconciliazione e della penitenza”. Così papa Giovanni Paolo II, il 16 ottobre 1983, definì il frate cappuccino Leopoldo Mandić in occasione della sua canonizzazione in piazza San Pietro. “La sua fu una vita senza grandi avvenimenti: qualche trasferimento da un convento all’altro, come è consuetudine dei Cappuccini; ma niente di più. Poi l’assegnazione al convento di Padova ove rimase fino alla morte”. E in questa “povertà di una vita esteriormente irrilevante venne lo Spirito ed accese una nuova grandezza: quella di un’eroica fedeltà a Cristo, all’ideale francescano, al servizio sacerdotale verso i fratelli”, aggiunse il Papa.
Un religioso che non ha lasciato opere teologiche o letterarie, non ha “affascinato con la sua cultura, non ha fondato opere sociali”. Fu “un povero frate: piccolo, malaticcio. La sua grandezza è altrove: nell’immolarsi, nel donarsi, giorno dopo giorno, per tutto il tempo della sua vita sacerdotale — cioè per 52 anni — nel silenzio, nella riservatezza, nell’umiltà di una celletta confessionale”. “In questo sta la sua grandezza”: scomparire “per far posto al vero Pastore delle anime”.
Egli manifestava così il suo impegno: “Nascondiamo tutto, anche quello che può avere apparenza di dono di Dio, affinché non se ne faccia mercato. A Dio solo l’onore e la gloria! Se fosse possibile, noi dovremmo passare sulla terra come un’ombra che non lascia traccia di sé”. E a chi gli chiedeva come facesse a vivere così, rispondeva: “È la mia vita!”.
Questo è san Leopoldo Mandić che, nel panorama dei santi del Novecento, ha incarnato la misericordia con un’intensità silenziosa: lui, di origine dalmata, in un confessionale di Padova trasformato in un luogo di guarigione spirituale. La sua figura, per decenni conosciuta soprattutto nel Nordest, è stata proiettata al centro della Chiesa universale quando papa Francesco, nel 2016, volle che la sua salma fosse portata a Roma, accanto a quella di padre Pio, per il Giubileo della Misericordia. Un gesto significativo che ha messo al centro la misericordia non come tema, ma come volto.
Nato nel 1866 a Castelnuovo di Cattaro, oggi in Montenegro, fin da piccolo Leopoldo (Bogdan Mandić il suo nome originario) è un bambino dalla salute precaria. Da questa fragilità nasce la sua vocazione, che lo porta a entrare giovanissimo tra i cappuccini veneti con il nome di fra Leopoldo. Il suo sogno è chiaro: lavorare per l’unità dei cristiani d’Oriente, ricucire le ferite che dividono le Chiese, diventare ponte tra mondi che spesso si guardano con diffidenza. Un sogno che non si realizzerà, perché i superiori, preoccupati per la sua salute, non lo inviano in missione, nonostante le sue ripetute richieste.
Leopoldo obbedisce, trasformando quella rinuncia in una nuova forma di missione: se non può raggiungere l’Oriente, sarà l’Oriente a entrare nel suo cuore. E soprattutto saranno le anime a diventare il suo vero campo di lavoro. Il suo confessionale, nel convento cappuccino padovano, diventa così il luogo in cui esercita la sua opera più grande: ascoltare i fedeli, aiutando migliaia di persone che bussano alla sua porta e che egli accoglie in una piccola stanza, spesso fredda e spoglia, offrendo loro misericordia. Ripete a tutti che Dio non si stanca mai di perdonare, che la grazia è più forte del peccato, che la tenerezza divina supera ogni miseria umana. È un confessore instancabile, capace di intuire le ferite più profonde e di fasciarle con una delicatezza che molti ricordano ancora oggi.

Foto Santuario san Leopoldo – Padova
Durante la Prima guerra mondiale viene mandato al confino perché suddito austro ungarico. Anche lì confessa. E quando torna a Padova riprende il suo posto, fino agli ultimi giorni segnati dalla malattia che lo consumerà lentamente, fino alla morte avvenuta il 30 luglio 1942, mentre recita il Salve Regina.
Una figura che, accanto a quella di padre Pio da Pietrelcina, durante il Giubileo della Misericordia ha ricordato che la misericordia non è debolezza, ma vita: cuore del Vangelo.
Quattro anni dopo la sua morte, nel 1946, si avviarono i processi informativi per la beatificazione. Il 1° marzo 1974 fu emanato il decreto sull’eroicità delle virtù e il 12 febbraio 1976 seguì il decreto sui miracoli attribuiti alla sua intercessione. Il 2 maggio 1976 la beatificazione, presieduta da Paolo VI, e nel 1983 la canonizzazione da parte di Giovanni Paolo II, nell’Anno Santo straordinario della Redenzione. Una data significativa perche durante lo svolgimento del Sinodo dei Vescovi dedicato alla “Riconciliazione”, nel giorno – 16 ottobre – che coincide con il quinto anniversario dell’elezione al pontificato di Giovanni Paolo II e con il suo 25° di episcopato.

