Il rischio del bene

Alla scoperta della Comunità Papa Giovanni XXIII, tra le testimonianze su Sandra Sabattini e l’eredità educativa di don Benzi

(Foto Siciliani - Gennari/SIR)

Appena scesi dal pullman, un gruppetto dei nostri ragazzi inizia a giocare a pallone sulla spiaggia. Le temperature sono già estive. Arrivano cinque giovani africani sui vent’anni. Non parlano italiano, potrebbero essere dei rifugiati. Si uniscono alla partita. Seguo a distanza la cosa. Mi preoccupa soprattutto la differenza di età. Ma il gioco si svolge in modo più che corretto. Capendosi non si sa bene come, ad un certo punto formano due squadre omogenee, mescolandosi tra loro. Nessun fallo, nessuna offesa, nessuna imprecazione. Tante risate e tiri spettacolari. I nostri ragazzi dopo la partita amichevole tornano contenti, come se avessero fatto la cosa più naturale del mondo. “Si capiva che volevano giocare a calcio, ma non avevano un pallone, così gli abbiamo fatto cenno di giocare con noi. Vengono da lontano”, raccontano con noncuranza.

Siamo venuti a passare a Rimini il weekend del 1° maggio per conoscere la storia e la comunità di don Oreste Benzi e non poteva esserci inizio migliore. Perché alla fine don Oreste era così. Uno che vedeva le cose e subito cercava di dare una risposta, senza pensarci troppo, senza fare tanti conti. E forse per questo i giovani lo amavano. I primi di cui si accorse furono i ragazzi disabili. Ben prima della Legge Basaglia, lottò per portarli fuori dagli istituti e da quella zona d’ombra in cui, un po’ per comodità un po’ per vergogna, erano tenuti. Ai soggiorni estivi seguirono le case famiglia e poi, anche grazie alle sue battaglie, gli inserimenti scolastici e le norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche. Alla periferia di Rimini nel 1968 don Oreste fondò la Parrocchia della Risurrezione e volle qui una chiesa senza gradini, fisicamente e simbolicamente accessibile a tutti, in qualunque momento. Proprio da qui aprì gli occhi su altre necessità e povertà del mondo: i tossicodipendenti, le donne di strada, i senzatetto, i nomadi, i carcerati, i minori senza famiglia, gli anziani rimasti soli, i poveri nelle terre di missione… A tutti loro cercò di offrire una casa, anzi, una famiglia, perché diceva: “Nessuno deve essere lasciato soffrire da solo”.

Alcuni altri preti lo seguirono, ma soprattutto furono i giovani ad accogliere il suo ideale così radicalmente evangelico. Quegli adolescenti, ragazzi e ragazze, a cui lui, fin da quando era stato ordinato prete nel 1949, cercava di procurare “un incontro simpatico con Gesù”. Fatto non solo di devozione, ma anche di azione, un’azione capace di rivoluzionare il mondo, ribaltandone i valori e il presunto buon senso. Dalla disponibilità di quei primi giovani e di tanti altri che si aggiunsero negli anni seguenti nacque una costellazione di centinaia di case famiglia, famiglie accoglienti, comunità educanti, case di preghiera… sparse oggi in tutta Italia e in molti altri paesi del mondo, compreso un corpo di pace nonviolento denominato Operazione Colomba.

Una delle prime giovani a seguire don Oreste fu Sandra Sabattini. Studiava medicina e progettava di andare in missione quando il 2 maggio 1984 venne uccisa da un pirata della strada. Aveva 23 anni. A Rimini abbiamo avuto anche la grazia di incontrare Guido, il suo fidanzato di allora. Dopo più di 40 anni ancora si commuove a parlare di Sandra. C’è una tenerezza infinita in quest’uomo, ora diacono e padre di famiglia, che ha conservato fino ad oggi un capello della ragazza che ha amato e che la Chiesa dal 2021 venera come beata. I ragazzi lo ascoltano in silenzio assoluto. La percezione è di essere alle soglie del mistero, di qualcosa di più grande, di bello, di vero.

Vero come l’estrema povertà della cameretta della canonica in cui don Oreste morì il 2 novembre del 2007 e in cui nessuno, da allora, ha più avuto il coraggio di spostare qualcosa. Don Oreste amava Dio, amava i poveri e amava i giovani, vedeva la bellezza che c’è nel loro cuore. E non si sbagliava perché anche noi oggi ci stupiamo e ringraziamo Dio per un gruppo di adolescenti che, lasciato il telefono a casa, ha passato tre giorni tra canti, preghiere, giochi, dialoghi e piccoli servizi nel mondo strambo e gioioso della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Altri articoli in Italia

Italia