Chi era don Peppe Diana e perché venne ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994? Cerca di rispondere a queste due domande il libro di Antonio Mattone “Il casalese di Dio – Don Peppe Diana – Storia omicidio e verità”. Il volume è stato scritto su invito della Chiesa di Aversa e del suo vescovo, mons. Angelo Spinillo. Di don Peppe Diana e dei dubbi che ancora circondano la sua morte parliamo con Antonio Mattone.

(Foto: Antonio Mattone)
Perché scrivere un libro su don Peppe Diana a 32 anni dall’omicidio?
In vista della possibile apertura dell’iter che potrebbe portare all’apertura del processo di beatificazione, il vescovo di Aversa Angelo Spinillo mi ha chiesto di approfondire la figura e l’opera del sacerdote e di capire meglio le motivazioni di quell’omicidio, perché nonostante tre processi passati in giudicato permangono ancora molte ombre. Accogliendo questo invito mi sono messo sulle tracce di don Peppe.
Per molto tempo don Diana è stato rappresentato come prete anticamorra: perché questa definizione è riduttiva?
Quella dei preti anticamorra è un cliché che da tempo va di moda, dove spesso emerge più il protagonismo personale di questi sacerdoti che l’effettiva azione pastorale. In questo senso don Peppe era qualcosa di più di un prete anticamorra, il suo impegno era a stretto contatto con i suoi ragazzi, ne condivideva le giornate, i sogni, i problemi e le preoccupazioni.
Era un cristiano autentico che voleva trasmettere ai suoi giovani la bellezza e la forza del Vangelo.
Indubbiamente si era interrogato sulla spirale di violenza che in quegli anni colpì Casal di Principe e i paesi limitrofi e iniziò percorsi di legalità per i suoi ragazzi e gli studenti delle scuole della provincia di Caserta. Insomma era un prete a tutto tondo, che si faceva accanto ai poveri, soprattutto i migranti e disabili, ed era dotato di una grande spiritualità che alimentava con la preghiera e la lettura della Parola di Dio. Uno dei giovani della sua parrocchia mi ha raccontato che spesso lo vedeva nel suo ufficio parrocchiale intento a leggere la Bibbia.
Tutto il “movimento” civile che ha portato alla creazione delle cosiddette “terre di don Diana” è comunque servito a un risveglio delle coscienze nel territorio?
Io credo che il movimento civile che seguì alla morte di don Peppe fu molto importante per tenere viva la memoria del sacerdote e soprattutto per difenderlo dalle calunnie. Il risveglio civile della popolazione è qualcosa di più complesso. Purtroppo alle manifestazioni in memoria di don Peppe partecipano ancora oggi pochi abitanti di Casale. Nel corso delle mie interviste ho raccolto diverse voci che affermano che il movimento di cooperative e comitati sono sostanzialmente un brand economico che non ha nulla a che vedere con la vita e l’esempio del sacerdote. Da qui tutto il distacco con queste realtà. Il mio lavoro ha riguardato soprattutto la figura di don Peppe prima che venisse ucciso e quindi non sono in grado di dire quanto queste voci di dissenso corrispondano al vero. Tuttavia non si può sottacere l’importanza che ha avuto l’azione di coloro che si mobilitarono subito dopo la sua morte.
L’impegno di don Peppe è più correttamente inquadrabile come servizio allo sviluppo integrale dell’uomo nel solco tracciato dal Vangelo?
Don Peppe era un grande educatore. Cercava di creare nei giovani della sua parrocchia e negli scout una coscienza ispirata ai valori della giustizia e della solidarietà.
Nelle predicazioni domenicali ammoniva i fedeli a tenere comportamenti legali. In particolare era venuto a conoscenza del fenomeno delle truffe alle assicurazioni con i falsi incidenti e del fatto che alcune persone rubavano la corrente elettrica attaccandosi ad altri contatori. La sua azione era ispirata dagli insegnamenti evangelici che cercava di trasmettere a tutti, indistintamente. Era un prete libero dagli schemi e voleva che anche le persone che gli erano state affidate fossero libere dai condizionamenti malavitosi e dal malaffare.
Don Diana quanto è un sacerdote “figlio” del suo tempo, oltre che figlio della sua terra?
Innanzitutto
don Diana era figlio della Chiesa di Giovanni Paolo II.
Tra l’altro aveva incrociato Papa Wojtyla nel viaggio che questi fece in Campania nel 1990. Poi certamente potremmo dire che era un vero casalese, di cui aveva i pregi e i difetti. Infatti era puntiglioso e ostinato, ma anche generoso e operoso, proprio come gli abitanti di Casal di Principe. Infine certamente lo possiamo considerare figlio del suo tempo: conosceva e si informava su quello che accadeva nel mondo e poi aveva la capacità di attirare ed entusiasmare i ragazzi che lo consideravo uno di loro: don Peppe era un giovane tra i giovani.
Negli anni Novanta com’erano cambiati i rapporti tra Chiesa e mafia? E questo quanto influisce nella storia di don Diana?
L’azione pastorale di don Peppe si inserisce nella netta presa di posizione che la Chiesa aveva maturato in quegli anni nei confronti delle mafie e che ebbe il suo momento più forte il 9 maggio 1993, quando Papa Wojtyła pronunciò la solenne scomunica ai mafiosi nella Valle dei Templi ad Agrigento, concludendo il suo storico discorso rivolgendo loro l’invito perentorio a convertirsi. E la risposta di Cosa nostra non si fece attendere: nel luglio successivo ci furono gli attentati a San Giovanni in Laterano, la cattedrale del Papa, e alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Poi il 15 settembre venne ucciso padre Pino Puglisi a Palermo. La Chiesa faceva sentire la sua voce che evidentemente diede molto fastidio ai mafiosi. Don Peppe apprese della uccisione del sacerdote palermitano mentre era a Lourdes, chi era con lui ricorda che rimase molto colpito da quella terribile notizia.
Nella ricostruzione giudiziaria dell’omicidio di don Peppe cosa non torna?
Per cercare di ricostruire cosa potesse aver determinato la decisione di uccidere il sacerdote mi sono avvalso di diverse fonti testimoniali: innanzitutto dei suoi ragazzi che hanno assistito a incontri e scontri che don Peppe ebbe soprattutto negli ultimi giorni di vita. Quindi ho parlato con alcuni investigatori che seguirono le indagini nelle prime fasi successive all’omicidio, infine sono andato a trovare in carcere coloro che furono condannati all’ergastolo per questo delitto. Non meno importante è stata la lettura dei documenti processuali, anche se ho dovuto riscontrare la mancanza degli atti del processo d’appello e quelli del procedimento che riguarda il mandante, la cui posizione venne stralciata. Davvero un fatto incredibile! Non tornano sicuramente le dichiarazioni di Giuseppe Quadrano, il pentito che con la sua ricostruzione indirizzò le indagini e determinò lo svolgimento del processo. Dichiarazioni contraddittorie e non coincidenti con quelle del fratello, anche lui pentito. Prive di riscontri di altri testimoni credibili e poco verosimili nella ricostruzione temporale. Ma non c’è solo questo. Quella dell’omicidio di don Peppe Diana è una vicenda giudiziaria molto complessa che presenta numerosi dubbi. Una vicenda che ho cercato di ricostruire mettendo in evidenza tutti gli elementi che non convincevano.
Quali sono gli elementi del mistero che andrebbero ancora chiariti per far luce veramente sull’omicidio?
Innanzitutto nessuno ha mai visto in volto il killer che sparò a don Peppe. Le testimonianze contraddittorie dei due testimoni oculari, il fotografo e il sagrestano, non danno certezza sull’identità di colui che quella mattina ha premuto il grilletto, nonostante i pronunciamenti processuali. E poi resta il mistero di quella telefonata che il sacerdote ricevette per non celebrare il funerale dello zio di Quadrano in chiesa. Infine, cosa faceva paura al parroco di Casal di Principe tanto da indurlo ad andare a parlare con un magistrato due giorni prima della sua morte?
La camorra fu abile a depistare dopo l’uccisione del sacerdote con molte notizie calunniose diffuse ad arte: ma perché una parte del clero diede credito a quelle calunnie?
Lo stesso giorno in cui venne ucciso don Diana un personaggio si avvicinò a don Carlo Aversano affermando che era stato ucciso per un motivo passionale. Durante una gita parrocchiale, un fedele, vedendo quello stesso personaggio che prendeva parte a quella comitiva, disse al sacerdote: “Ma chi vi portate con voi?”, e gli confidò che gli aveva chiesto il pizzo per la sua attività. Insomma, non erano passate che poche ore dall’omicidio di don Peppe che la camorra si mobilitò per screditarlo. Don Peppe era un prete libero e anticonformista. Per lui un abbraccio era un semplice gesto di affetto fraterno. Questi atteggiamenti spontanei avevano suscitato scalpore e mormorii tra l’austero clero casalese. Anche gli anziani e i tradizionalisti del paese avevano da ridire. Poi bisogna dire che anche la magistratura all’inizio diede credito a queste voci. Tutto questo contribuì ad alzare un muro di cautela e prudenza sulla figura del sacerdote. E la Chiesa casalese si fece condizionare da questo chiacchiericcio.
Secondo lei, perché è stato ucciso don Peppe Diana?
Io credo che alla fine tutto sia legato al mancato funerale in chiesa dello zio di Giuseppe Quadrano, ucciso qualche giorno prima di quel 19 marzo. Don Peppe riferì a un sacerdote e a un suo ragazzo che aveva ricevuto una telefonata da Caserta, che gli raccomandava di celebrare quel funerale al cimitero. Non si è mai capito se si trattasse della Prefettura o della Questura. Per un boss del calibro di Quadrano questa decisione minava il suo prestigio, era un’onta che non si poteva permettere. Poi in queste in quelle stesse ore venne ucciso anche suo cognato e Quadrano dovette perdere la testa. Le testimonianze raccolte e la documentazione di cui disponiamo mi hanno fatto propendere per questa ipotesi.
Che frutti potrebbe portare un sincero pentimento di Giuseppe Quadrano? Perché ancora non parla?
Quadrano non parla perché se dicesse la verità farebbe cadere il muro della costruzione della sua versione. Non dimentichiamo che lui ha avuto una condanna di soli 14 anni di carcere e adesso seppur in libertà vigilata è fuori dal carcere, mentre coloro che ha accusato stanno scontando l’ergastolo.
Un sincero pentimento di Quadrano potrebbe finalmente aprire uno squarcio di verità su tutta la vicenda e rappresenterebbe un ultimo atto di giustizia che don Peppe e la sua memoria attendono da quel 19 marzo 1994.
È stato avviato dalla diocesi di Aversa l’iter canonico per il riconoscimento del martirio in odium fidei: quali frutti porterebbe arrivare alla definizione di don Peppe martire in odio alla fede?
Il vescovo di Aversa ha chiesto al Dicastero delle cause dei santi il nulla osta per poter dare avvio al processo diocesano. Un esito positivo che decretasse il martirio di don Peppe sarebbe dirompente e darebbe forza alla testimonianza di questo giovane e generoso prete che ha speso la sua vita per amore del Vangelo. Già l’Osservatore Romano all’indomani della sua morte parlò di martirio riferendosi al suo assassinio. Devo dire che anche con don Pino Puglisi ci furono delle voci calunniatrici. Oltre al solito refrain delle donne, si mise in giro la diceria che nella sua parrocchia ospitasse le forze dell’ordine che così potevano controllare quello che avveniva nel quartiere. Credo che la difficoltà maggiore ancora oggi sia quella di far tacere per sempre le voci diffamatorie, perché quando il fango lascia una macchia così sudicia, resta sempre un alone indelebile e diventa difficile mandarlo via definitivamente. E così è successo con don Peppe. Speriamo che dopo tanto tempo finalmente si riesca a ristabilire serenità e obiettività verso l’operato di questo sacerdote.
Qual è la forza della testimonianza di don Peppe Diana oggi?
Il suo esempio ha attraversato tanti anni ed è giunto fino ad oggi, superando quelle calunnie che cercarono di infangarne la memoria. C’è un forte messaggio nella testimonianza di don Diana, che è quello che la malavita e il malaffare si possono sconfiggere. Nel discorso che tenne in una scuola di Caserta affermò: “Chi può mettere a tacere Dio? Nessuno. E allora se noi, cari giovani, educhiamo insieme la nostra coscienza a certi valori di giustizia, di solidarietà, di pace, di amore, di fraternità… nessuno potrà imporci il giogo. Nessuno, dico. Nemmeno il più feroce dei criminali”.
Un forte messaggio di speranza che richiama alla responsabilità di tutti e che può sconfiggere la rassegnazione di ogni tempo verso le forze del male.

