Lampedusa attende il Papa: dal legno dei naufragi una speranza che resiste

I ricordi e le emozioni di Franco Tuccio, il falegname artista di Lampedusa: "Quelle croci in legno continuano a essere testimonianza di Vangelo. Da Papa Leone XIV abbiamo bisogno di parole di conforto"

(Foto ANSA/SIR)

Dare nuova vita e onorare la memoria di chi, pur essendo a un passo dalla salvezza, non è riuscito a sfuggire alla morte. È questa la missione “incisa” nel legno delle ormai famose croci di Lampedusa, realizzate dal falegname e artista Franco Tuccio con i resti dei barconi utilizzati dai migranti nei loro viaggi della speranza. Simboli di fede e accoglienza che, piano piano, hanno fatto il giro del mondo, “approdando” ben oltre i confini dell’Europa, fino in Australia, America e Asia.

Sono trascorsi parecchi anni da quando, nell’aprile del 2009, Franco Tuccio – su sollecitazione dell’allora parroco, don Stefano Nastasi – realizzò la prima croce. Nacque come un grido d’aiuto che Lampedusa rivolgeva alle istituzioni, dalle quali continuava a sentirsi abbandonata. Eppure, il valore emotivo e morale di ogni oggetto realizzato non risente del passare del tempo. “Rappresenta sempre una testimonianza – spiega Tuccio – della sofferenza affrontata da migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi, senza sapere se andranno o meno incontro alla morte”.
Un gesto concreto che diventa ancora più importante oggi, in un momento storico delicato: “Non abbiamo più la possibilità di offrire direttamente il nostro aiuto – racconta con amarezza -, perché al momento dello sbarco non ci è più consentito nemmeno di avvicinarci al molo Favaloro. Anche se abbiamo vissuto momenti molto difficili, sapere di poterci rendere utili, soprattutto per i bambini, era qualcosa che ci faceva sentire profondamente cristiani e testimoni del Vangelo”.
Quelle assi di legno spezzate e abbandonate, a cui Tuccio ha ridato dignità facendo da cassa di risonanza alla questione migratoria, per l’artigiano hanno rappresentato anche una fonte di gioia e di emozioni uniche. Su tutte, l’incontro speciale con Papa Francesco: “Un giorno – ricorda l’artista – padre Stefano Nastasi venne nel mio laboratorio. Osservando alcuni calici che avevo realizzato con i legni dei barconi naufragati nei pressi del promontorio della Porta d’Europa, mi chiese se potessi darglieli. Gli dissi che ero molto affezionato a quegli oggetti, ma lui rispose che sarebbe stato per una buona causa e che me li avrebbe restituiti. Solo alla fine mi confessò che sarebbero serviti per la visita di Papa Francesco. Fu un’emozione profonda”.

Nel giro di appena due settimane, Franco realizzò l’altare, il pastorale e l’ambone da cui Bergoglio tenne la sua ormai celebre omelia l’8 luglio 2013. Il momento che il falegname ricorda con maggiore intensità, però, è avvenuto dopo la Messa al campo sportivo, quando ha potuto incontrare personalmente il Pontefice: “Mi stavo inchinando per baciargli la mano, ma lui mi bloccò: mi abbracciò e mi ringraziò per quello che avevo fatto. Ecco perché, più che un Papa, per me e per tutta la comunità lampedusana è stato un papà. La sua scomparsa è stata un dolore profondo; per la nostra isola ha sempre rappresentato un punto di riferimento, custodendoci da vicino anche nei momenti di sofferenza più acuta, come durante la tragedia del 3 ottobre”.
Il prossimo 4 luglio, con la visita di Papa Leone XIV, Lampedusa si appresta a vivere una nuova pagina di intensa emozione: “l’organizzazione è molto diversa da quella del 2013”,  spiega Tuccio, “ma siamo trepidanti perché sappiamo che la sua presenza è un grande dono per la nostra terra. Anche in questa occasione mi è stato chiesto di realizzare un’opera da consegnare al Santo Padre, ma per ora non posso rivelare di cosa si tratti”.
Sebbene oggi le sue opere siano conosciute in tutto il mondo, il vero desiderio di Franco Tuccio sarebbe quello di mostrare al Pontefice il suo laboratorio: quel luogo intimo e personale in cui le travi di legno, ancora cariche di dolore, riescono a trovare una nuova vita e una nuova speranza. “Perché ciò di cui abbiamo più bisogno oggi – conclude – è ascoltare parole capaci di dare conforto e sollievo alla nostra comunità”.

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