“Friuli, terra nostra, distrutta ancora una volta. Gemona, Moggio, Buia, Osoppo, Artegna, Venzone, Maiano, sperduta val Resia, val Torre scavata nella pietra: segni disordinati di una vita di secoli insieme”. Celso Macor, giornalista e poeta, esordiva così nel proprio, lungo e accorato editoriale su Voce Isontina di sabato 15 maggio 1976.
“Scrivo e piango perché è il mio, il nostro popolo. Però so che è forte come il gelso dei suoi campi: è terra di gelsi, questa, eterni monumenti, sotto tutte le intemperie, curvi dentro spalle enormi, la pelle ruvida tutta calli nodosi inconsumabili.
Tutto sarà rifatto, a cominciare da oggi, meglio già da ieri; a braccia, come sempre, e le case torneranno a sorridere sull’orizzonte dolce delle colline, sotto la barriera alpina, confine con le terre degli emigrati; torneranno ad ergersi sulle distese che scendono pian piano al mare, pieno d’ombre di mille e mille navi dei friulani dei tempi diretti alle Americhe, processione senza fine, storia senza fine del pane di questa gente”.
La speranza, per Macor, si infrangeva con il grosso problema nato fin da subito: “Oggi il problema è restare, rimettere su le fabbriche, le stalle, per continuare a lavorare, riseminare i campi. Oggi l’abbraccio di solidarietà è caldo dall’Italia, dall’Europa, dal mondo. Ma domani non sarà di nuovo dimenticanza, solitudine e problemi irrisolti?
Per questo, dopo aver capito finalmente, sono necessarie buone leggi. Allo Stato, alla comunità nazionale va detto con franchezza: aiutate questa gente a rialzarsi, ma lasciatela fare da sé. Avrà problemi difficili: li risolverà.
Allo Stato è stato detto e ripetuto che va dato valore e responsabilità alle rappresentanze dirette della popolazione: la riscoperta dei comuni, la compattezza regionale sono momenti di conquista in tanta tragedia. Gli speculatori perdono tempo. Ed ai predicatori di novità va detto fin d’ora che i paesi sono da rifare com’erano e dov’erano, che questo è Friuli, non un’isola senza storia appena affiorata dal mare, né Manhattan.
Il Friuli non vuole pollai di cemento, non avrà più il suo patrimonio d’arte e di cultura antica, ma vuole ricostruire le sue case, riavere i paesi che ha perduto, in una dimensione affettuosa ed umana che è ricostruibile sulle piazze devastate dove la gente si ritrovava la domenica o nei ritorni dai paesi d’Europa e del mondo”, concludeva.
Lucido e tagliente, mentre nelle pagine successive, ovvero nello speciale dedicato in quel numero particolare, si raccontava degli oltre cento ricoverati negli ospedali di Gorizia, Monfalcone e Cormons, così come Franco Femia firmava l’intervista al presidente dell’amministrazione provinciale, Giuseppe Agati, che raccontava del futuro aiuto alle popolazioni della val Fella.
E se Angelo Sandri e Nicola Cossar raccontavano le iniziative a livello diocesano, di una “ricostruzione difficile” parlava Ottorino Burelli sabato 28 agosto 1976, parlando proprio della val Raccolana, mentre era del 15 maggio la notizia della nascita all’ospedale di Monfalcone di Massimo Revelant, figlio di Rosalia Tomadini sfollata da Magnano in Riviera.
Interessante, da citare, il commento di Rino Battistutti, allora sindaco di Chiusaforte, che nel numero del 7 agosto 1976 sottolineava al cronista dell’articolo senza firma: “Apriamo le mani a quanti intendono essere accanto a noi in questo momento difficile: tutti sono i benvenuti. L’unica condizione che mettiamo è l’autosufficienza, perché altrimenti i problemi verrebbero a complicarsi per noi”.
Un tema che ritorna in ogni articolo e servizio dedicato alla ricostruzione: autosufficienza e mantenimento a proprie forze.
Dieci anni dopo, nel 1986, il nostro settimanale ribadiva le difficoltà a concludere il processo di ricostruzione e della bonifica del territorio “ovvero togliere finalmente di mezzo tutti quei prefabbricati che, se hanno rappresentato un indispensabile alloggio per 75mila persone a partire dalla primavera del ’77, ora stanno a significare che la ricostruzione non è ancora completata”, scriveva don Renzo Boscarol.
Un bilancio devastante per la nostra terra, quello del sisma del 1976: 925 morti, 1.581 feriti e oltre 70mila i senzatetto. Monsignor Alfredo Battisti, a vent’anni da quel fatto, aveva ribadito a Mauro Ungaro, che aveva curato gli Speciali: “Auspico e spero che sotto lo stimolo, la dinamica di questa seconda ricostruzione [culturale, morale e spirituale-pastorale, ndr] il popolo friulano, riflettendo, scopra che la sola ricostruzione materiale e il solo benessere economico non fanno felice un popolo“.
“Un popolo che ha superato le mille sfide della storia rischia di essere vittima di una cultura consumistica, la quale presenta disvalori che danno l’impressione di farci più liberi di rubare le profondità, la coscienza, il cuore, la libertà interiore, la vera sanità morale”.
Fu don Adolfo Comelli, già parroco di Chiusaforte in quegli anni, a tracciare un bilancio negativo non tanto per il 1976 quanto per il 1977, ricordando come nel paese – che “non aveva avuto morti o feriti direttamente a causa del terremoto” – “si ebbe una spaventosa mortalità: si riempirono i cimiteri mentre le case si vuotavano perché la gente se ne andava lontano“.
Dall’altra parte, lo scrittore Carlo Sgorlon fece un’analisi sul piano sociologico. “Dal terremoto – così Sgorlon intervistato da Ungaro – sono venuti ai friulani anche dei vantaggi spirituali perché essi a quell’epoca hanno riscoperto la loro identità: non si erano mai posti prima in termini profondi il problema della loro identità, cioè della loro appartenenza ad una civiltà precisa con connotati ben definiti. Andarono alla ricerca di essa e scoprirono che si trattava di un fatto spirituale che il terremoto non poteva distruggere”.
L’Orcolat, quel segno quasi mitologico della cultura friulana, lo aveva descritto bene la poetessa e maestra Anna Bombig nel numero del 6 maggio 2006: “Trema la tiara | si spaca, inglutìs”.
Ma era stata la stessa Bombig a ricordare come “in dut chel montafin | l’amôr e la pietât | a nàssin par incjant”.
È stato, infine, nel 2016 che il nostro settimanale, in un servizio a firma di Selina Trevisan, con i ricordi di monsignor Ruggero Dipiazza, ha ripercorso la fondamentale esperienza dei numerosi volontari – alcuni partiti nei primissimi momenti seguiti al sisma e in modo totalmente spontaneo – che ha consentito al Friuli, assieme a varie altre dimensioni politiche e sociali, di ricostruirsi in tempi celeri. “L’impostazione, che il vescovo aveva proposto fin dall’inizio, prevedeva la riorganizzazione prima del lavoro, poi delle case, poi delle chiese.
La linea era molto precisa e puntava a non far ‘scappare’ le persone da quei luoghi: la certezza di un posto di lavoro – concludeva monsignor Dipiazza – garantito dalla ricostruzione veloce dei capannoni delle fabbriche, consentì alle persone di pensare al futuro in termini positivi”.

