Tragedia Catanzaro. Chieffo (Un. Cattolica e Pol. Gemelli): “Serve una rete che intercetti il dolore prima che esploda”

La tragedia di Catanzaro riapre domande sulla capacità di cogliere i segnali del disagio e sull’urgenza di attivare reti affettive, sanitarie e comunitarie. La prof.ssa Daniela Chieffo richiama l’attenzione su piccoli cambiamenti, isolamento e fragilità familiari, invitando a modelli di prevenzione proattiva

(Foto ANSA/SIR)

La tragedia avvenuta questa mattina a Catanzaro ha lasciato una ferita profonda nella comunità e ha riaperto interrogativi. In momenti come questo diventa essenziale capire quali segnali, anche minimi, possano emergere nella quotidianità e quali reti – affettive, istituzionali e territoriali – vadano attivate subito per sostenere chi resta. Su questi aspetti il Sir ha sentito la prof.ssa Daniela Chieffo, professore associato di psicologia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttrice di Psicologia Clinica della Fondazione Policlinico Gemelli.

Prof. Daniela Chieffo

Quali elementi, nella Sua esperienza clinica, possono aiutare a riconoscere precocemente un disagio soprattutto quando non emergono segnali espliciti?
“Nella pratica clinica quotidiana abbiamo appreso che non è facile, e non sempre è possibile, intercettare un disagio profondo, ché se raramente si presenta in modo esplicito o viene verbalizzato, spesso si manifesta con segnali ambigui e discontinui, privo di una chiara e diretta richiesta di aiuto. È necessario quindi fare attenzione ai dettagli, ai piccoli cambiamenti osservati nella quotidianità: maggiore fatica nel fare le cose ordinarie, modifica o abbandono di alcune abitudini e routine, trascuratezza, perdita di entusiasmo ed energia, fino ad alcune forme di ritiro sociale, ossia una tendenza a stare maggiormente isolati che può nascondere una difficoltà, oltre che una perdita di interesse nello stare in relazione con l’altro.

Tutto questo può sfociare poi in casi di omicidio-suicido come quello di Catanzaro?
Nei casi di omicidio-suicidio si possono configurare anche dinamiche dissociative, per cui il soggetto, solitamente in risposta a traumi, opera inconsciamente una frattura mente-corpo per tollerare e gestire un dolore psichico che rende inerme di fronte a una forza soverchiante. Dobbiamo pensare che non sempre l’atto di togliersi la vita rappresenti un desiderio di morte, ma che spesso sia un tentativo – ovviamente disadattivo e disfunzionale – di fuggire da un dolore insostenibile, di interrompere in qualche modo il flusso di coscienza e il peso dei propri pensieri. Dovremmo anche imparare a fare attenzione alle parole, al giudicare (frasi, anche dette occasionalmente, che lascino pensare alla perdita di speranza o all’incapacità di trovare una soluzione ai problemi quotidiani) e al non detto (lunghi silenzi, incapacità di reagire o di chiedere aiuto), elementi che possono indicare una rigidità di pensiero. Un altro elemento a cui prestare attenzione è l’eventuale cambiamento nei figli, che spesso portano un sintomo familiare: bambini irritabili, tesi, irrequieti, a volte con atteggiamenti regressivi, possono essere il segnale che qualcosa nel nucleo familiare sta cambiando o li sta allarmando. La vulnerabilità nelle donne che vivono questa sofferenza spesso coesiste con un vissuto di angoscia profonda che può portare a fenomeni dissociativi, come depersonalizzazione o deliri. Sicuramente tra gli elementi fondanti deve esserci una connettività sociale e un senso di prossimità, che possano permettere anche la condivisione di una sofferenza così profonda da far sentire il vuoto”.

Dopo una tragedia come quella avvenuta a Catanzaro, quali reti – familiari, sanitarie e comunitarie – è fondamentale attivare subito per sostenere i sopravvissuti e prevenire ulteriori rischi?
“In casi come questi la prima rete che è importante attivare è sicuramente quella affettiva: amici, familiari, parenti, tutti coloro che possono garantire nell’immediato un contenimento emotivo, persone spinte da autentico interesse, che non siano pressanti né giudicanti. Al contempo, è fondamentale attivare i servizi sanitari e di salute mentale, quindi équipe di specialisti – psicologi, psichiatri, assistenti sociali – che possano garantire un supporto immediato e tempestivo a coloro che hanno vissuto il trauma, anche monitorando i soggetti più a rischio che magari hanno difficoltà a riconoscere ed esplicitare le loro condizioni. In caso di minori, è di fondamentale importanza coinvolgere i contesti educativi (scuola, sport), offrendo ai bambini spazi protetti, gruppi di parola, ambienti sicuri a cui affidare le proprie emozioni. Occorre personale formato e preparato per intercettare eventuali segnali di trauma non immediatamente evidenti o espliciti”.

Quali passi concreti possono compiere le istituzioni e la società civile per evitare che situazioni di fragilità evolvano nell’isolamento e anche in gesti estremi?
“Dobbiamo impegnarci tutti, professionisti della salute mentale, istituzioni, servizi sociali e territoriali, singoli individui, a lavorare a modelli proattivi e preventivi, non solo reattivi: non possiamo sempre aspettare che accada qualcosa, che il disagio si manifesti, dobbiamo lavorare insieme a strategia utili ad intercettarlo in modo precoce, ovviamente questo passa anche attraverso una semplificazione della burocrazia ed un più facile accesso ai servizi territoriali e di prossimità Non si può lavorare solo in emergenza, bisogna costruire una rete con gradualità, investendo risorse e competenze. Nello specifico, bisogna lavorare alla formazione: operatori, insegnanti, chiunque dovrebbe acquisire strumenti di base per intercettare e riconoscere segnali di disagio e sapere come attivare ogni forma di aiuto possibile”.

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