Carceri. Cappellano Piacenza: “Gli ostacoli sono tanti e le risorse umane poche. Puntare sulla relazione personale per riaccendere la speranza”

Ci rendiamo conto un po’ tutti che le maglie sono sempre più strette, è molto più difficile fare delle attività perché la sicurezza è sempre più debole”, racconta al Sir don Adamo Affri, cappellano del carcere di Piacenza

(Foto ANSA/SIR)

Nelle carceri italiane si registrano diffuse difficoltà nello svolgimento delle attività trattamentali (cioè lavoro, istruzione, formazione, attività sociali e rieducative). Le cause sono sovraffollamento, carenze strutturali e mancanza di personale. Questi fattori compromettono uno degli obiettivi fondamentali del sistema penitenziario: la rieducazione del detenuto. La circolare del Dap del 21 ottobre 2025 ha contribuito ad aggravare le difficoltà, soprattutto sul piano operativo delle attività trattamentali, prevedendo la centralizzazione dei nulla osta per le attività che servirebbero al reinserimento sociale dei condannati. A dicembre il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha emesso una nuova circolare che corregge il tiro: il Dap avrà massimo 48 ore di tempo per concedere il nulla osta alle attività, sia rivolte a detenuti dell’alta sicurezza sia a ristretti della media sicurezza, se nell’istituto di pena è presente la sezione di alta sicurezza. Eppure, i problemi restano. A fare una fotografia del carcere di Piacenza è il cappellano, don Adamo Affri.

(Foto profilo Facebook don Adamo Affri)

“Ci rendiamo conto un po’ tutti che le maglie sono sempre più strette, è molto più difficile fare delle attività perché la sicurezza è sempre più debole – racconta al Sir don Adamo -. Ci sono poche guardie, sono sempre sotto organico. Coloro che ci sono comunque sono dei ragazzi, agenti alle prime armi, con tutto quello che questo vuol dire.

A gennaio 2026 è successo un episodio in cui proprio mi hanno chiesto di non celebrare la messa perché non garantivano di poter essere presenti con la polizia.

In generale c’è questa atmosfera: si capisce che meno si muovono le cose e meglio è, ma se non ci sono attività è un falso trattamento”. Don Affri chiarisce: “Non mancano gli spazi per i detenuti, il problema riguarda le risorse umane, come educatori, psicologi, le stesse associazioni, che sono poche rispetto alle persone ristrette. Per esempio a Piacenza le risorse umane sono la metà dei detenuti. È chiaro, quindi, che non si riesce a rispondere alle esigenze delle persone. Nel nostro istituto, ma penso che sia così un po’ dappertutto, chi è qui cerca di darsi da fare in tutto e per tutto per rendere possibile le attività trattamentali, però poi bisogna fare i conti con le possibilità che abbiamo che sono sempre scarse e sempre meno”.

Anche le associazioni incontrano difficoltà nelle attività che svolgono? “Assolutamente sì – risponde il cappellano -. Si continuano a sentire da parte di tutti lamentele e critiche, ma la sfida è proprio questa: riuscire a stare dentro la realtà del carcere non soltanto fermandosi alla lamentela di quello che non c’è, ma cercando di potenziare quello che c’è. Se tutti ci lasciamo andare alle lamentele davvero soffochiamo”. Invece, prosegue il sacerdote,

“secondo me la strada è quella della relazione personale, perché le persone che si sentono accompagnate fanno uno scatto.

È vero che in carcere ci sono molti detenuti e non si riesce ad avere un rapporto personale con tutti, ma quelli che riesci ad incontrare – proprio per il fatto che si trovano in carcere – mostrano una certa disponibilità a cambiare. A questo punto, loro stessi possono essere delle persone propositive per gli altri detenuti che hanno intorno”.

Don Affri racconta un’esperienza concreta: “Da alcuni anni non abbiamo più all’interno del carcere una stanza adibita a cappella. Un tempo avevamo una stanza grande e la direttrice che avevamo prima vedeva bene quella stanza per fare tante attività, io stesso ero molto d’accordo anche perché più si fanno le attività e meglio è. C’è stata la promessa di darci un’altra stanza per una possibile chiesa, ma questo non è mai più accaduto. Quindi in questi ultimi anni stiamo celebrando nella stanza di prima o in altre stanze dove si tira fuori il tavolino, si apparecchia l’altare, si celebra la messa, poi si fa sparire tutto. Di fatto, non abbiamo più una chiesa dove fare colloqui”. Eppure ci sono segnali positivi: “Sembra paradossale ma la Chiesa intesa come popolo di Dio aumenta: da quando ci hanno tolto la stanza, non solo è cresciuto il numero delle persone che vengono a messa, ma anche il senso di appartenenza, aspetto questo che condivido sempre volentieri con il nostro vescovo di Piacenza-Bobbio, sempre molto attento e molto vicino a noi. Questa accresciuta sensibilità la vedo proprio come un segno della Provvidenza di Dio: più ci tagliano e più in realtà qualcosa si muove”. Qualche giorno fa, dice il cappellano, “mi è stata chiesta una testimonianza da parte di un detenuto per una veglia di preghiera. Questo detenuto ha scritto una testimonianza bellissima in poche righe, ma le sue parole danno speranza perché dimostrano che in carcere, se uno vuole, ci sono le condizioni per fare un cammino o almeno per vedere le cose da un punto di vista diverso. E se questo è successo nell’anima di una persona, anche ad altri è possibile. Ed è un fatto bello per chi è dentro, ma anche per chi è fuori pensare che non è tutto da buttare via. Mi dispiace che tanti operatori anche di associazioni di stampo cattolico, che dovrebbero entrare con il sorriso e dare speranza, ahimè tante volte sono i primi ad aver bisogno di essere rimotivati. Questo un po’ mi dispiace perché non credo che sia la Chiesa di Papa Francesco ma neanche quella di Papa Leone”.

Il carcere di Piacenza, spiega don Adamo, “è una casa circondariale con un paio di sezioni di sex offender, qui ci sono detenuti per reati comuni che hanno pene sotto i cinque anni. C’è, poi, una sezione alta sicurezza per le donne, che è molto piccola. Sono detenute che sono dentro da tanti anni e hanno in famiglia sia mariti sia figli detenuti in altre carceri”. Il cappellano aggiunge: “C’è anche un altro fatto da tenere in considerazione:

l’incontro con un detenuto è l’incontro con tutta la sua rete familiare. Quando tu cerchi di sostenere e di riaccendere quella piccola speranza che è dentro quella persona in realtà ti rendi conto che fai bene anche a tanti altri”.

A maggior ragione sono importanti le attività trattamentali che aiutano il detenuto nel percorso di rieducazione: “Devo dire che c’è una grande solidarietà tra noi, a partire dal direttore e dal comandante. Qui nel piccolo e penso così in ogni carcere le persone sono disponibili a che le cose vadano in modo diverso, però dobbiamo dire che purtroppo la maggior parte dell’operatività non dipende da noi, abbiamo le mani legate. La solidarietà che sperimento in carcere, dalla curia e dal vescovo per primo mi dà forza, però abbiamo tanti vincoli e sempre più ostacoli e questo non ce lo possiamo negare”.

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