La rete Clamor Chile, in stretta collaborazione con i vescovi della Conferenza episcopale (Cech), avverte che il disegno di legge volto a limitare l’accesso alle prestazioni sociali per i migranti in situazione irregolare, presentato del nuovo Parlamento, non solo danneggia la coesione sociale, ma viola gravemente i diritti fondamentali dei bambini e delle famiglie vulnerabili. In un forte appello a “proteggere la dignità umana”, al di là delle politiche di dissuasione alle frontiere, la Rete Clamor Chile – organismo che riunisce le organizzazioni ecclesiali impegnate nell’inclusione di migranti e rifugiati – ha diffuso, ieri, una nota, intitolata “Escludere non risolve la migrazione, la aggrava”.
Il documento, firmato dalla segretaria esecutiva della rete, suor Gabriela Herrera, e dal vescovo di riferimento, mons. Moisés Atisha, esprime profonda preoccupazione per la discussione parlamentare su una riforma dell’articolo 17 della legge 21.325. Tale proposta incide direttamente sul diritto alla salute, all’istruzione e alla sicurezza sociale di famiglie che, in molti casi, sono entrate nel Paese in modo irregolare per proteggere le proprie vite. Il progetto, inoltre, “non tiene conto delle esigenze specifiche dei bambini e degli adolescenti migranti che cresceranno in questo Paese che sentono come proprio, né delle persone che necessitano di rifugio”. Partendo dal presupposto che “il diritto ai beni sociali viene prima dello status migratorio”, l’organizzazione ecclesiale chiede un dialogo trasparente, non dimenticando che “il danno arrecato all’infanzia e alle loro famiglie non può essere parte di uno scudo di frontiera. Non solo contravviene ai principi fondamentali della nostra Costituzione e agli impegni del Cile nell’ambito internazionale riguardo alla tutela dell’infanzia, ma contravviene anche alla dignità umana e all’affermazione della famiglia come nucleo della società”.