Casa “Ragazzi Madre”. Questo il nome del nuovo progetto rivolto ai giovani che vivono situazioni di forte disagio e marginalità, spesso segnati da condizioni di vita estremamente difficili. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di offrire loro un punto di riferimento concreto, capace di accompagnarli in un percorso di crescita, recupero e reintegrazione sociale ed è il primo intervento della “Fondazione Madre”, istituita dal cantante Achille Lauro in collaborazione con l’imprenditore Andrea Marchiori. La struttura, che sorgerà a Zagarolo, alle porte di Roma, è stata pensata per accogliere adolescenti e giovani tra gli 11 e i 21 anni con problematiche di salute mentale, dovute a dipendenze da sostanza e/o comportamentali. Tra i protagonisti di questo impegno c’è don Giovanni Carpentieri, sacerdote della Chiesa di Roma, da oltre trent’anni al servizio di ragazzi coinvolti in percorsi di devianza e fragilità. Lui stesso racconta la genesi di questo impegno, il legame con la famiglia di Achille Lauro e la visione che anima la nuova struttura.
Don Giovanni, spesso viene definito “prete di strada”. È una definizione che sente sua?
No! Non mi piace e mi sta parecchio stretta. È una definizione nata negli anni Settanta, ed anche un po’ prima, quando in Italia esplodeva la piaga della droga e alcuni preti decisero di intervenire in prima linea. A mio avviso, oggi risulta essere una formula alquanto superata, fornendo peraltro, l’idea di un superman con i laici più o meno a rimorchio. Il lavoro pastorale che, attualmente, si svolge nella realtà ecclesiale di Roma non è frutto della mia singola azione, ma il risultato pastoral-operativo di una rete di volontari, papà, mamme, giovani adulti, ecc., o con educatori professionali, mediatori culturali e quindi a livello lavorativo. Se domani io non ci fossi più, il servizio continuerebbe, quello di ieri, quello di oggi, e per domani, Dio vede e provvede! Non si tratta certamente di armate napoleoniche, ma dove l’esperienza attecchisce, là funziona! E funziona non perché c’è il solito sedicente prete carismatico, ma perché c’è una determinazione che profuma di Evangelo con persone che si muovono come il buon samaritano. Per questo, preferisco parlare semplicemente di un ministero di servizio, condiviso con tante persone che dedicano tempo ed energie per dare risposte ai ragazzi più fragili.
Da dove nasce allora questo impegno accanto ai giovani in difficoltà?
La faccenda è lunga, vado per le spicce: prima ancora del seminario ho incontrato il mio parroco che mi (ci) fece capire concretamente cosa significasse mettersi al servizio dei poveri. La mia normalissima esperienza parrocchiale mi segnò molto. Il secondo passo: durante la mia formazione in seminario, ebbi modo di conoscere, seppur in maniera frammentata, provvisoria, estemporanea, limitata, alcune inedite esperienze – una in particolare – da cui imparai davvero molto; da lì, ho iniziato a fare piccoli interventi con mezzi limitati. Per molti anni, questa attività mi è rimasta nel cuore ma in secondo piano, perché ero impegnato nell’abituale servizio parrocchiale, pur svolgendola anche là. Solo più tardi – il terzo step – confrontandomi con una semplicissima parrocchiana, ora mamma, chiesi ai miei superiori di poter dedicare il mio servizio a ciò che avevo imparato in seminario: avevo la strumentazione, il seminario mi aveva fornito “l’addestramento” per continuare: sapevo cosa e come fare per attivarmi. I superiori acconsentirono, profeticamente capirono, e io, scherzando, sono solito dire che non ringrazio Dio, ma “rendo grazie” al mio parroco, al seminario e alla parrocchiana, Doni del Signore!
Quali sono oggi le principali ferite che incontra tra i ragazzi?
Non parlerei affatto di “ferite”, ma di vere e proprie devastazioni di salute mentale. La fascia d’età più delicata è quella tra gli 11 e i 21 anni. Parliamo di dipendenze da sostanze – sempre più chimiche – ma anche di dipendenze comportamentali: autolesionismo, disturbi alimentari, gioco d’azzardo patologico, ritiro sociale, violenza domestica, ecc. Sempre più spesso queste problematiche si intrecciano tra loro dando vita (cioè: morte!) a micidiali cocktail di giovani-zombies!
Da cosa dipende, secondo lei, questa crisi?
È una domanda complessa. Non credo nelle spiegazioni tipo: colpa dei genitori, scuola o dintorni; certamente c’è anche ‘sta roba, rispetto questo e compagnia cantando, ma non è intelligente illustrare la faccenda così e neanche come ora io provo a fare! Gli accessi ai social che i ragazzi frequentano sono infiniti, affascinanti, manipolatori. C’è poi la iattura di adolescenti che diventano business e manovalanza delinquenziale di una prossimità adulta criminale. Si assiste poi a un cambiamento profondo anche nei bioritmi di vita, c’è molto altro, uno googla e vede l’infinito. Semplicemente, io dico: s’è fatta una certa ed è ora di abitare queste periferie esistenziali giovanili che sovente sono esistenze periferiche perché se una prossimità adulta positiva non abita lì, sicuramente c’è una realtà negativa che non si fa scrupolo di “spolpare” ben benino questo succulento boccone giovanile! Ci sfugge sistematicamente un’infinità di ragazzi: oggi si cura la malattia oncologica in modo personalizzato, in base al profilo genetico del malato, e noi stiamo ancora a protocolli standardizzati sia per approcci pastorali che civil-istituzionali! Se non ora, quando?
Il suo rapporto con la famiglia di Achille Lauro nasce molti anni fa. Come è iniziato?
Ho conosciuto la famiglia di Achille Lauro al tempo della mia prima esperienza parrocchiale. Con mamma Cristina, insieme ad altri, cominciammo ad incontrare on the road ragazze costrette alla prostituzione: una presenza femminile di mamma che portava un thè caldo, un dolce, un fiore, risultava un’affettuosa sorpresa agli occhi di queste ragazze deturpate da ciò che erano costrette a fare! Con il tempo, lei iniziò anche a frequentare centri di accoglienza e talvolta queste ragazze trovavano ospitalità a casa sua, in famiglia, seppur temporaneamente. Lauro, molto piccolo, ha respirato quest’aria di solidarietà, vedeva e, semplicemente, ha serbato nel cuore!
Come si è arrivati alla collaborazione con la Fondazione Madre?
Quel legame di lunga data ha reso naturale il tutto. L’intuizione di “Fondazione Madre” si è incrociata con il lavoro che da anni si sta portando avanti.
Ci spiega come funzionerà la Casa “Ragazzi Madre” di Zagarolo?
Rispondere, nello spazio di poche battute, non è affatto semplice: trattasi di progettazioni innovative e programmi inediti. Vado per punti, sperando di far capire, perché c’è un prima e un dopo la struttura:
- Educativa territoriale: intercettare quam primum giovani in marginalità andando a stanarli nei loro ambienti ludico-aggregativi;
- Attivare immediatamente una cura territoriale, ma in presìdi non stigmatizzati perché la gioventù di oggi, non sentendosi affatto in emergenza, rifiuta collocazioni istituzionali di ogni tipo: c’è bisogno di una prima estroflessione sanitaria attraverso inedite collaborazioni con le ASL territoriali: a questo livello c’è un’intesa spaziale e sin da ora, ringrazio tutti!
- Tuttavia, qualora la cura sanitaria sul territorio rischia di essere compromessa per impicci di vita disordinata e il giovane deve allontanarsi, qui, entra in gioco la struttura che prosegue lo stesso format di cura sanitaria ma in una location serena, e comunque lontana dagli ostacoli che la bloccano sul territorio;
- Il tutto avviene nella più totale collaborazione tra ASL e un’équipe multidisciplinare con psicologi, psichiatri dell’età evolutiva, psicoterapeuti e altri operatori sanitari, i quali “continuano” la cura, perché la presenza in struttura porta avanti lo stesso programma psicoterapeutico, avviato sul territorio, il tempo necessario che il giovane utente riprenda in mano la consapevolezza di ritornare sul territorio per continuare;
- I ragazzi di oggi mal sopportano una residenzialità lunga in strutture e quindi dobbiamo offrire opzioni nuove per rendere la cura flessibile, personalizzata evitando standardizzazioni oramai desuete e al tempo stesso assicurando un supporto psico-sanitario continuo;
- Nel frattempo, mentre si risiede a Casa Ragazzi Madre, con la collaborazione di reti aziendali, si avviano progetti di (re)inserimento lavorativo, preparando il dopo;
- Si pensa al lavoro su stessi ma, al contempo si pensa anche al dopo il lavoro su se stessi e ancora dopo l’inserimento scolarizzato e/o lavorativo: si ha una cura continua.
- La casa offrirà un ambiente splendido e accogliente, perché anche la bellezza è terapeutica. Potranno dedicarsi ad attività sportive, ricreative e culturali, insomma: si starà bene in un posto magnifico!
-
Se potesse rivolgere un messaggio ai giovani, cosa direbbe loro?
A me, non garba fare discorsi ai ragazzi e non mi piace dire loro cosa devono fare. Preferisco camminare accanto/insieme a loro. Piuttosto sento invece di dover dire più di qualcosa alla realtà adulta – ecclesiale e civile – che ha a cuore la bella gioventù. È ora di lavare i piedi alla loro dis-umanità come faceva il buon samaritano che evangelizzava non a parole ma con orecchie basse e facendosi un mazzo che la metà non basta! C’è un passaggio della canzone Incoscienti giovani di Achille Lauro che mi ha colpito davvero tanto: “Se tu non mi ami io muoio giovane”. Ecco, io la leggo così: se noi – come Chiesa, come istituzioni, come mondo adulto – non amiamo questi ragazzi, siamo noi a morire giovani, è una società, una chiesa, una generazione a morire giovane, perché perdiamo il futuro, senza tener poi conto del fatto che se ci decidiamo a dare retta allo Spirito Santo e a guardare dal promontorio del disagio giovanile, avremo infiniti spunti nuovi per vivere il sogno di un’aggiornata realtà ecclesiale che nemmeno ci immaginiamo, certo dovremo cambiare parecchio, ma il Santo Spirito ci spoglia sempre, come il giovane Davide, delle varie corazze, offerte dai re di turno, per affrontare il Golìa di turno anch’esso: Lo Spirito Santo ci offre margini infiniti di rinnovamento, sta a noi coglierli e andarceli a prendere, come la manna nel deserto, e in luoghi che non ci aspetteremmo mai.

