Milano: una notte con i senza dimora. Solitudini e sorrisi

Sono tante le persone, molte delle quali straniere, che, nonostante i centri di accoglienza aperti, preferiscono passare le loro notti in strada. Per non rispettare regole, per non litigare per il bagno o semplicemente per diffidenza. Viaggio – raccontato su “Scarp de’ tenis” dal giornalista e scrittore Bresciani – tra le anime perse che popolano la notte meneghina

(Foto Scarp de' tenis)

Sulla prima panchina, c’è una statua di bronzo: è quella del poeta Pencho Slaveykov, un monumento che celebra il 140° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Bulgaria. Sulla seconda, altrettanto immobile nel buio, è seduto un uomo. Siamo nel piccolo giardino del Verziere, tra via Larga e piazza Santo Stefano, nel centro sfavillante e ricco di Milano. Il nostro compito è quello di intervistare alcuni senza dimora a corollario di Tutti contano, il censimento promosso da Istat e fio.Psd, la federazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless. Una rilevazione recentemente svolta in 14 grandi città italiane con lo scopo di dare visibilità a una realtà spesso dimenticata ma purtroppo molto radicata nel nostro Paese, per poi – in un futuro possibilmente non troppo lontano – cercare di restituire dignità e rispetto a chi dalla vita ha ricevuto poco.

Youssuf, arrivato su un barcone. Ma dietro i numeri, sempre, ci sono uomini e donne, e per ognuno di loro una storia. È quella che le squadre di volontari, partite dalla sede della Caritas in via San Bernardino, hanno raccolto, con rispetto e serietà. E la prima che abbiamo incrociato è appunto quella del giovane uomo silenzioso, che chiameremo Youssuf. Arriva dal Nord Africa, da quel Paese con il quale molti identificano qualunque straniero parli arabo: il Marocco. Ha 40 anni e ne ha passati la metà da noi. Approdato con un barcone a Lampedusa ha cercato fortuna al Nord, senza trovarla. “Sono arrivato che ero un ragazzo, adesso mi guardo allo specchio e mi sembra di essere un vecchio”, dice, aggiungendo che se potesse sconsiglierebbe a chiunque di intraprendere il viaggio che ha fatto lui per ritrovarsi in mano un pugno di mosche.

Omar: “La musica è la vita”. Alla malinconia di Youssuf fa da contraltare il sorriso contagioso di Omar, suo connazionale, che si avvicina incuriosito e si sottopone a sua volta al questionario. Anche lui è sbarcato a Lampedusa ed è in Italia da più di vent’anni. A differenza del suo amico, lui ha una famiglia nella sua Rabat, una moglie e tre figli che stanno diventando grandi lontano da lui. Ha fatto tanti lavori saltuari, dall’imbianchino al muratore e quasi tutto quello che mette in tasca lo spedisce a casa. Anche se ultimamente si è concesso un piccolo lusso. Omar è un musicista, suona qualsiasi strumento a corde e a fiato, ma la sua passione è la viola. Mi mostra orgoglioso un video nel quale lo si vede più giovane e con una dentatura che non gli appartiene più mentre si esibisce assieme ad altri in quella che sembra una festa di paese. E aggiunge che si è appena comprato una viola nuova, perché la sua è in Marocco e qui non poteva suonare: “Lo so che con quei soldi avrei potuto comprarmi qualcosa che altri avrebbero considerato più necessario. Ma per me la musica è la vita e ne avevo bisogno”.

Assistenza in corso Europa. In questa fredda notte di gennaio, sono tante le persone senza dimora che incontriamo, sbucate dal nulla con il buio. In corso Europa sono in molti, perché c’è qualcuno che offre assistenza sia a loro che ai loro animali. Sacchetti di alimenti per uomini e donne e cure gratuite per i cani che vivono con loro: cibo per il corpo e per l’anima. Anche qui, passando in mezzo a persone in difficoltà, chiediamo con delicatezza se qualcuno abbia voglia di rispondere alle domande del questionario. Riceviamo molti no, forse per diffidenza, forse per mancanza di interesse o, più probabilmente, per sfiducia. Se le intenzioni sono più che buone, convincere chi è in queste condizioni che queste parole si trasformeranno in fatti, aiuti e magari strutture di accoglienza, non sempre è facile.

Hector preferisce stare in strada. Si mette però a disposizione Hector. Lo incontriamo sotto il portico all’inizio di corso Monforte, proprio di fronte alla chiesa di San Babila. Arriva, con uno zainetto, sulle spalle, una borsa con le coperte in una mano e sotto l’altro braccio la sua casa, ovvero un enorme scatolone ripiegato più volte, che forse prima di proteggere lui dal freddo conteneva l’anta di un armadio o comunque qualcosa di molto ingombrante: “Parlo volentieri. Bisogna parlare con qualcuno altrimenti finisce che parli da solo e diventi…”, e fa dei cerchi con l’indice vicino alla tempia. Hector arriva da Cuba e ha 55 anni. Non scende nei dettagli del perché della sua fuga, ma l’impressione è che non andasse d’accordo con il vecchio regime. È in Italia da 25 anni e ci è arrivato in aereo. L’Italia gli ha dato anche una figlia, che vive in un’altra città e che non sa della sua condizione. Quando riesce a mettere qualche soldo da parte lo manda a lei e se gli avanza qualcosa sale su un treno e la va a trovare, soprattutto per abbracciare il nipotino, Leo. Quando gli domandiamo perché non preferisca dormire in una struttura adibita all’accoglienza, lui ride e dice che non gli va di condividere la stanza con gente che non conosce o di litigare per chi va prima in bagno. Quei due metri quadrati di marciapiede sono la sua dimora e l’unica attenzione che deve avere è quella di non farsi rubare niente.

Figlia, nipote, zaino e un cartone. “Una sera – racconta Hector – stavo dormendo e mi sono accorto che qualcuno stava spostando il mio cartone. Mi sono svegliato di soprassalto e c’era un tizio che mi ha chiesto se volessi un po’ di pizza. Mi sono messo a urlare e l’ho cacciato via e lui si è seduto per terra a mangiare poco distante da me, senza mai smettere di fissarmi. L’ho tenuto d’occhio finché non se n’è andato. Non è una bella sensazione, ma poi ci si abitua. Dormo 3 o 4 ore per notte e mi basta”. Hector, come molti, ha fatto lavori diversi, dall’impresa di costruzioni alla macelleria, ma adesso quelli particolarmente pesanti sono troppo faticosi per lui, le mani gli fanno male e la schiena è messa maluccio. Malgrado ciò, non tornerebbe mai e poi mai a Cuba: “Là per me non c’è niente”. E qui? “Qui c’è mia figlia. Mio nipote. E questa – indica il cartone, lo zaino e la borsa – casa mia”.

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