“Il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno. Con la guerra si perde tutto, come ci ricordava Papa Francesco, e i cosiddetti guadagni sono, in fondo, sempre perdite. Con la pace, invece, si guadagna sempre, forse poco, ma si guadagna”. Ne è profondamente convinto Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, che in occasione del 1° maggio analizza l’attuale situazione del mercato del lavoro commentando il messaggio “Il lavoro e l’edificazione della pace” nel quale i vescovi italiani affermano che “il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace”.

(Foto Acli)
Presidente, in un contesto internazionale segnato dal ritorno dei conflitti e dalla crescita delle spese militari, quale ruolo concreto possono avere oggi il lavoro e i lavoratori nel preservare e rafforzare la pace?
I vescovi quest’anno hanno fatto una cosa coraggiosa: hanno detto una verità scomoda con parole semplici. Il lavoro è “la grammatica della società, il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona”. È una definizione bellissima, ma anche una diagnosi. Perché se il lavoro è la grammatica, quando quella grammatica si inceppa,
quando il lavoro è povero, precario, insufficiente a garantire una vita dignitosa, si inceppa anche la capacità di una società di tenersi insieme. E una società che non si tiene insieme non fa pace: né con sé stessa, né con il mondo. La precarietà ed il disagio – in tutti i sensi – privi di speranza stimolano un istinto di sopravvivenza intrinsecamente conflittuale e generano soltanto insicurezza.
La pace in Europa è stata frutto di una precisa e condivisa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro, dopo la tragedia della guerra e il sacrificio di molti lavoratori come è avvenuto a Marcinelle. La pace del dopoguerra non è piovuta dal cielo: è stata costruita mattone su mattone, con la ricostruzione, maturando nel lavoro, nell’incontro e nella relazione fra le persone, con la scelta deliberata di investire nelle persone invece che negli armamenti. Oggi rischiamo di smontare quella costruzione senza renderci pienamente conto di quello che perdiamo.
La ricerca che, come Acli e Iref, presentiamo in occasione del 1° maggio lo documenta con una precisione che fa impressione. In Italia, negli ultimi sei anni – anni di pandemia, di ripresa, di inflazione, di guerra alle porte – la povertà non si è mossa. Due lavoratori su tre che nel 2020 erano nel gradino più basso della scala dei redditi ci sono rimasti nel 2025. E il 40% dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato ha perso potere d’acquisto reale per effetto dell’inflazione: non i precari, non i marginali, ma il cuore del ceto medio lavorativo. Quello che dovrebbe essere la spina dorsale della coesione sociale.
Il lavoro, da solo, non basta più.
Non basta ad avere una casa, non basta a investire sui figli, non basta a costruire quella “esistenza libera e dignitosa” che l’articolo 36 della Costituzione promette. Quella promessa, per troppi, è oggi tradita. E senza dignità nel lavoro, la pace sociale diventa fragile. È questo il contributo concreto che chiediamo:
rimettere al centro la dignità del lavoro e dei lavoratori, non come slogan, ma come misura concreta di ogni scelta di politica economica.
Non a caso la recente carovana della pace che avevamo organizzato come associazione – e che ha coinvolto più di 250 istituzioni civili e religiose e raggiunto più di ottomila persone – avevamo scelto di chiamarla proprio “Peace at Work: L’Italia del lavoro costruisce la pace”, per sottolineare questo rapporto biunivoco fra pace e lavoro.
Il messaggio dei vescovi richiama con forza alla responsabilità etica dei lavoratori e delle imprese e quella educativa verso le nuove generazioni: come e dove agire per promuovere una cultura del lavoro sempre più orientata alla pace?
Il richiamo alla responsabilità educativa è decisivo, e va preso sul serio fino in fondo. Ma bisogna avere l’onestà di dire che la responsabilità educativa non può essere affidata soltanto alle buone intenzioni: ha bisogno di condizioni materiali perché si realizzi. E quelle condizioni, per troppe famiglie italiane, mancano.
La ricerca che abbiamo presentato – “Un’Italia stabilmente fragile” – contiene un dato che considero il più politicamente urgente di tutti. Il 38% delle famiglie con figli a carico e almeno un lavoratore dipendente in casa non ha sostenuto nell’ultimo anno nessuna spesa detraibile per l’istruzione o le attività sportive dei propri figli. Nel primo quintile di reddito questa quota sale al 66%: due famiglie su tre. Non perché non vogliano investire sui figli, ma perché non possono. E i lavoratori con contratti frammentati rinunciano a quelle spese nel 48% dei casi, contro il 34% dei lavoratori stabili, anche a parità approssimativa di reddito complessivo. Non è solo questione di quanti soldi entrano: è questione di stabilità. Quando non sai quanto guadagnerai il mese prossimo, smetti di pianificare, smetti di investire. E quelle che cadono per prime sono spesso le opportunità dei figli.
La povertà educativa è la forma più subdola della povertà, perché si accumula lentamente, non fa rumore, e quando i suoi effetti diventano visibili è già tardi. I figli di chi è povero oggi cresceranno con meno strumenti, meno opportunità, meno capacità di navigare un mercato del lavoro già difficile. La povertà non si ferma ai genitori: si trasmette, si eredita, si riproduce. È questo il meccanismo più perverso e più difficile da spezzare.
Bisogna dunque agire su più livelli contemporaneamente: nelle scuole, collegando formazione e dignità del lavoro; nelle imprese, promuovendo partecipazione autentica e responsabilità sociale non di facciata; nei territori, rafforzando il terzo settore e le reti comunitarie. Ma tutto questo regge solo se le famiglie sono messe nelle condizioni di poter partecipare e dare il loro contributo. Senza quella base economico-sociale, la cultura del lavoro orientata alla pace rimane un auspicio rivolto a chi già non ne ha bisogno.
Considerato l’impatto dei conflitti mondiali sul costo dell’energia e sulla precarietà economica delle famiglie, quali interventi urgenti dovrebbero essere messi in campo per tutelare lavoratori e imprese senza alimentare la logica del riarmo?
I conflitti hanno già prodotto effetti molto concreti e molto ingiusti nella distribuzione dei loro costi e nelle asimmetrie del loro impatto. L’inflazione degli anni scorsi ha funzionato come un meccanismo redistributivo al contrario: ha eroso i salari reali di chi lavora mentre in molti settori i margini di profitto tenevano o crescevano. La nostra ricerca lo misura con precisione: oltre la metà dei lavoratori seguiti nel panel non ha recuperato l’inflazione cumulata del 18% nel quinquennio 2020-2025.
Il lavoro ha pagato la crisi in misura sproporzionata rispetto al capitale e alla rendita. E questo è già, di per sé, un problema di pace sociale e di iniquità.
Ma c’è un aspetto strutturale che va detto con franchezza: in Italia dipendenti e pensionati generano oltre l’80% del gettito Irpef totale. Chi lavora, paga. Chi specula, molto meno. Questa distorsione non è solo ingiusta: è controproducente, perché comprime esattamente le risorse di chi avrebbe più bisogno di sostegno per tenere viva la domanda interna, la coesione sociale, la pace quotidiana.
Le priorità, allora, sono chiare anche se politicamente difficili da assumere.
Occorre recuperare il potere d’acquisto ed aumentare i salari reali, non con bonus una tantum ma con una riforma strutturale. Serve intervenire sul costo dell’energia con una visione di lungo periodo, investendo sulla transizione e sull’indipendenza energetica (noi di recente abbiamo dato vita ad una Cer). E serve, soprattutto, una scelta di campo: tassare le rendite improduttive e il capitale speculativo – compresa, come chiedono i vescovi stessi, la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra – e usare quelle risorse per sostenere chi vive di lavoro, per investire sulle famiglie, per costruire un welfare all’altezza.
Le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del Pil mondiale: risorse che potrebbero essere investite in salari, case, istruzione, sanità. La logica del riarmo non si combatte solo con le parole: si combatte dimostrando che esistono alternative concrete, che quelle risorse possono produrre più sicurezza, più coesione, più futuro se orientate alle persone.
In questo contesto, come Acli come valutate la condizione attuale del lavoro in Italia? Quali segni di speranza andrebbero maggiormente sostenuti dalla politica e dal Sistema-Paese?
Il quadro che emerge è contraddittorio in superficie, ma coerente nel profondo. In superficie c’è più occupazione, il tasso di disoccupazione è sceso, i contratti a tempo indeterminato sono aumentati. Ma quando si va a guardare cosa c’è dentro quell’occupazione, la fotografia cambia radicalmente. Il dato che più di tutti sintetizza la condizione del lavoro italiano oggi è semplice e brutale insieme:
non basta lavorare per vivere dignitosamente.
E non è uno slogan: è il risultato di un sistema malato che si autoalimenta e produce disuguaglianze, una struttura di peccato, come l’avrebbe definita Giovanni Paolo II. Una struttura che la nostra ricerca documenta lungo tre direttrici che si alimentano a vicenda. Gli affittuari guadagnano il 23% in meno rispetto ai non affittuari e nel 25% dei casi hanno un contratto precario: precarietà lavorativa e abitativa si sovrappongono, creando una trappola dalla quale è strutturalmente difficile uscire. E due famiglie su tre nei redditi più bassi rinunciano a investire sui figli: non siamo davanti solo a un problema economico presente, ma a una disuguaglianza che si costruisce oggi e si raccoglierà domani, in termini di capitale umano perduto, di coesione sociale erosa, di welfare chiamato a pagare conti che non ha contribuito ad accumulare.
C’è poi una dimensione che mi sta particolarmente a cuore, e che lega questa ricerca alla riflessione e al lavoro più ampio che le Acli stanno facendo sulla fiscalità e sulle politiche redistributive. La nostra ricerca sui dati sanitari – condotta insieme a NeXt e all’Università di Tor Vergata su oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi – ha documentato che i contribuenti con redditi più elevati spendono mediamente tra quattro e cinque volte in più in cure sanitarie rispetto a quelli con redditi più bassi. Il Servizio sanitario nazionale è formalmente universale, ma nella pratica chi ha meno rinuncia, rimanda, si cura peggio. Le disuguaglianze economiche si trasformano in disuguaglianze di salute, di aspettativa di vita, di dignità. È la stessa logica che produce povertà educativa, disagio abitativo, trappola del lavoro povero: un modello che non distribuisce, non valorizza, ma accumula solo per pochi. E lo fa in modo sempre più concentrato.
I segni di speranza ci sono, e va detto. La domanda di lavoro resta alta. Cresce la consapevolezza pubblica sulla qualità dell’occupazione e sul tema dei salari.
Tra i giovani lavoratori precari nel 2020, quasi sei su dieci hanno raggiunto la stabilità contrattuale entro il 2025: quando il sistema funziona, funziona davvero. Il messaggio dei vescovi stesso – e il fatto che sia ascoltato – ci dice che
c’è ancora un’Italia capace di interrogarsi sulla propria coscienza sociale.
Ma quei segnali positivi reggono solo se la politica li sostiene con scelte coraggiose e strutturali. Non rattoppi, non misure annunciate a reti unificate e poi dimenticate. Un’idea di Paese che investa oggi per raccogliere domani: in coesione sociale, in capitale umano, in democrazia. Perché le disuguaglianze, se lasciate crescere, minano non solo il benessere economico ma la tenuta stessa del patto civico su cui la nostra Repubblica è costruita.

