Mons. Olivero (Cei), “in un clima diffuso di violenza, occorre recuperare la serietà dello sguardo sull’altro”

“Non basta un colpo di bacchetta magica per cambiare questo clima violento che attraversa la nostra società. Dobbiamo recuperare la serietà dello sguardo sull’altro: anche l’avversario politico, o chi tifa per una squadra diversa dalla mia, non è un nemico”.

(Foto ANSA/SIR)

“Non basta un colpo di bacchetta magica per cambiare questo clima violento che attraversa la nostra società. E non mi riferisco solo ai conflitti armati, ma a un atteggiamento diffuso nella società: schieramenti sempre più arrabbiati, costruzione continua del “nemico”. Chi non la pensa come me viene automaticamente collocato dall’altra parte, e quindi considerato un nemico. Questo è profondamente sbagliato”. Mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, riflette sugli ultimissimi fatti di cronaca che hanno scosso profondamente anche le comunità religiose. Il primo è accaduto a Roma dove un ragazzo di 21 anni, appartenente alla comunità ebraica di Roma, ha sparato contro due iscritti all’Anpi lo scorso 25 aprile. L’altro è avvenuto nel quartiere londinese di Golders Green: due uomini della vasta comunità di ebrei ortodossi sono stati accoltellati, subendo gravi ferite, in un attacco antisemita che ha scioccato il Regno Unito. Il vescovo chiarisce subito: “Dobbiamo recuperare la serietà dello sguardo sull’altro: anche l’avversario politico, o chi tifa per una squadra diversa dalla mia — passando da questioni più serie a quelle più leggere — non è un nemico, anche se non condivide affatto le mie idee. Questo è un punto decisivo, che dobbiamo riscoprire insieme alle dinamiche di un confronto autentico e civile”.

Come mai si respira un clima così violento, che coinvolge anche e soprattutto i giovani?

Credo che una delle cause sia da ricercare in una cattiva idea di verità che stiamo costruendo. Sempre di più, infatti, siamo convinti che verità e opinione siano sinonimi. Quando la verità viene ridotta a opinione, il passo successivo è breve: si arriva a dire che la mia opinione è la verità. E, non avendo altri strumenti di ragionamento o di logica per dimostrarlo, finisco per imporla con la violenza. Questa è una questione che sta contagiando in modo significativo la nostra società: la riduzione della verità a opinione. La verità non è più qualcosa da cercare, qualcosa che è sempre più grande di ciò che io so; diventa invece l’opinione che ho. E, identificandola con la verità, ritengo di doverla imporre, spesso ricorrendo alla violenza, che è molto spesso verbale.

Lo vediamo sempre più chiaramente nei dibattiti televisivi tra politici e personaggi dello spettacolo, ma anche nella vita quotidiana.

Il fenomeno dell’opinionismo porta poi a un ulteriore passo: le persone si aggregano con chi condivide la stessa opinione. E’ il fenomeno del “filter bubble”, in italiano “bolle di filtraggio”.

E’ quanto accade nei social, ma questi gruppi si formano anche nella realtà, creando ambienti in cui si alimentano opinioni violente. All’interno di questi contesti, l’identità personale si afferma spesso in base a chi grida più forte o compie gli atti di violenza più estremi. Si tratta quindi di un’aggregazione che diventa essa stessa violenta. Avvicinandoci di più ai fatti accaduti, vedo che alcune vicende, eventi o parole vengono considerati intoccabili.

Appena qualcuno li mette in discussione, non è più possibile aprire un confronto: chi lo fa, viene immediatamente percepito come appartenente alla parte opposta, come qualcuno che si schiera.

Con quali conseguenze?

Elevare realtà umane ad assoluti è pericolosissimo, perché genera schieramenti e alimenta la violenza. Io credo che oggi questo accada in molti ambiti: per alcuni è diventato un assoluto intoccabile ciò che fa Netanyahu e il suo governo; per altri è un assoluto Gaza, dove tutto viene considerato giusto a prescindere, in una logica “pro-Pal”. Per alcuni, poi, è assoluta la parola “genocidio”, che non si può usare se non per uno specifico fatto storico: diventa intoccabile, e chi anche solo accenna a un uso diverso viene accusato di colpe gravissime. Si tratta, appunto, di assoluti mentre occorre ribadire che su tutto si può discutere. Questo non significa dover essere per forza d’accordo o contrari: significa semplicemente riconoscere che ogni tema può essere oggetto di confronto.

Il rischio è la creazione di schieramenti rigidi e violenti che, prima o poi, sfociano inevitabilmente in conflitti aperti.

Qual è, allora, l’antidoto?

Sicuramente quella di recuperare, come adulti, il senso della verità e la serietà della sua ricerca. Questo implica anche la capacità di un confronto autentico: difficile, lento, graduale, ma indispensabile. È un’arte che la società adulta deve rimettere in campo, in ambito politico, religioso ed economico. Se invece continuiamo a creare schieramenti contrapposti — non semplici punti di vista, ma veri e propri fronti che si combattono — i giovani, che giustamente hanno più energia e forza, finiranno per esprimersi in modo sempre più violento.

E’ necessario tornare alla via lunga del ragionamento, del confronto, della ricerca delle ragioni — non semplicemente alla loro imposizione.

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