In occasione del terzo anniversario della strage di migranti avvenuta a Cutro il pensiero della Fondazione Migrantes va alle centinaia di persone che si temono disperse nei giorni del ciclone “Harry”, e i cui resti stanno riaffiorando lungo le coste della Calabria e della Sicilia. In una dichiarazione il direttore generale, mons. Felicolo auspica: “Ricominciamo a mettere mattoncini di umanità: riconosciamo la dignità dovuta almeno ai corpi, meglio di come è stato fatto finora, e consentiamo alle famiglie di piangere i loro cari”. Come proposto nei giorni scorsi da alcune associazioni impegnate nel soccorso in mare, anche il sacerdote si appella alle autorità “affinché vengano fatti prelievi del Dna ai corpi che il mare ci sta restituendo e a tutti coloro che perdono la propria vita sulle rotte migratorie che toccano il nostro Paese. Ciò consentirebbe di costituire una banca dati che permetterebbe ai familiari delle persone scomparse di identificarle e sapere dove andare a piangere i loro cari. Sono atti di pietas doverosi. È il minimo: non possiamo considerare normali queste morti”. La vicenda di Cutro e dei naufragi delle imbarcazioni messe in mare da chi “lucra sulle speranze di migliaia di persone, una vicenda già in sé enorme e tragica, apre infatti una finestra ulteriore su un ‘orrore senza nome’”. Giovanni Papotti definisce così – in un saggio contenuto nel Report “Il diritto d’asilo 2025” la storia “esemplare” del giovane Yonas, morto a Ventimiglia. Una storia che “evidenzia – si legge nella nota dell’organismo pastorale della Cei – le falle normative e operative nei processi di identificazione delle persone decedute o scomparse. Una intricata rete giuridica e burocratica che nega ai familiari il diritto alla verità e ai defunti una degna sepoltura”. Il sistema di diritto – sono parole della sorella di una migrante scomparsa nel corso del viaggio nel Mediterraneo riportate nel saggio – “non risponde alle esigenze della realtà: non è un fallimento umanitario, è un fallimento legale”.