La caccia ai cristiani come “capro espiatorio”, soprattutto dopo la guerra di 12 giorni con Israele, è al centro del rapporto annuale congiunto “Violazioni dei diritti dei cristiani in Iran”, pubblicato oggi da Article18, Porte Aperte/Open Doors, CSW e Middle East Concern. Il Ministero dell’Intelligence iraniano, evidenzia il rapporto, ha definito i 53 cristiani evangelici arrestati degli “elementi addestrati”, prontamente “neutralizzati” dopo la guerra. Il documento si apre con un riferimento alle proteste scoppiate alla fine del 2025, “che chiedevano la fine della guida della Repubblica Islamica”. “La risposta a quelle proteste è stata orribile”, si legge, “con segnalazioni di molte migliaia di morti, inclusi diversi cristiani, e ogni iraniano – indipendentemente dal proprio background religioso – colpito”. Nel 2025 quasi il doppio dei cristiani rispetto all’anno precedente è stato arrestato per motivi legati alle proprie convinzioni o attività religiose: 254 rispetto a 139. Il rapporto annuale mostra che “più del doppio dei cristiani ha scontato pene detentive, di esilio o di lavori forzati nel 2025 (57) rispetto al 2024 (25). 43 cristiani stavano ancora scontando una pena alla fine del 2025, mentre almeno altri 16 rimanevano in detenzione preventiva, per un totale di 280 anni di pene rispetto ai 263 dell’anno precedente. Inoltre, sono stati inflitti anche nove anni di esilio e 249 anni di deprivazioni sociali – come limitazioni all’accesso alla salute, all’occupazione o all’istruzione”. Il Rapporto di Porte Aperte/Open Doors rivela, tra le altre cose, “il crescente coinvolgimento dei Guardiani della Rivoluzione negli arresti di cristiani; il grave maltrattamento dei detenuti cristiani; · l’uso sistematico dell’emendamento all’Articolo 500 del codice penale (relativo alla “propaganda contraria alla sacra religione dell’Islam”) per condannare i cristiani; il monitoraggio delle attività all’estero dei cristiani, come la partecipazione a seminari teologici in Turchia”. Per i promotori del rapporto “la strada che l’Iran ha davanti appare tutt’altro che chiara. Ci uniamo al popolo iraniano nel suo appello ai leader del paese affinché agiscano a loro favore, come loro rappresentanti, anziché reprimerli. Per 47 anni, il popolo iraniano è stato sottoposto a un regime che non solo manca costantemente di tutelare i diritti umani dei propri cittadini, ma reprime brutalmente qualsiasi voce, opinione o credo dissenziente”. Il rapporto chiede “con forza la riapertura della Società Biblica, chiusa dal 1990, il rilascio immediato e incondizionato di tutti i cristiani e degli appartenenti ad altre minoranze religiose detenuti per motivi legati alla loro fede o alle loro attività religiose, e alla riapertura delle chiese chiuse o confiscate”. Infine un appello alla comunità internazionale “affinché tenga conto delle violazioni degli obblighi del diritto internazionale relativi alla tutela della libertà di religione o credo. Si rimarca, infine, “l’urgenza di procedure di asilo eque, informate e davvero consapevoli del rischio concreto di persecuzione cui i cristiani iraniani sarebbero esposti in caso di rimpatrio. Alle Nazioni Unite, ai Relatori Speciali e alla Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti viene chiesto di includere sistematicamente la situazione dei cristiani – e in particolare dei convertiti – in ogni rapporto sui diritti umani in Iran. Allo stesso modo, gli Stati membri sono incoraggiati a denunciare con decisione tutte le violazioni dei diritti dei cristiani iraniani, sia nelle sedi pubbliche sia nei canali diplomatici riservati, contribuendo così a rompere il silenzio che spesso circonda la loro condizione”.