“Il concetto di ‘bene comune’ può essere difficile da comprendere, finché rimane una formula astratta senza agganci con la realtà. Eppure, è qualcosa di cui ognuno di noi fa esperienza nella propria vita. La natura come gli spazi urbani, con boschi, fiumi, strade, infrastrutture, e poi le scuole e gli ospedali con le persone preparate che ci lavorano dentro, e l’insieme delle leggi, a partire dalla Costituzione: tutto questo è ‘bene comune’. Non sempre ce ne accorgiamo… Perché esiste purtroppo questa percezione diffusa: quando una cosa è ‘di tutti’ significa che in fondo non appartiene ‘a nessuno’, e dunque nessuno si sente responsabile di prendersene cura”. Muove da questa constatazione una riflessione di don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Gruppo Abele e di Libera, che firma la postfazione al volume “La mafia porta via vite innocenti. Storie di vittime minorenni raccontate dai ragazzi delle scuole” (Editrice In dialogo), che affronta il tema della mafia da una prospettiva poco raccontata: quella delle vittime minorenni e del lavoro educativo sulla memoria, condotto direttamente nelle scuole. “La mafia porta via vite innocenti. Storie di vittime minorenni raccontate dai ragazzi delle scuole” nasce, in particolare, da un progetto promosso dalla Società cooperativa sociale La Tela di Rescaldina (Milano), in collaborazione con Libera e altri enti del territorio, e coinvolge studenti e studentesse delle scuole secondarie dell’Altomilanese. Dal 1945 a oggi, in Italia, sono 117 i minori uccisi dalla mafia: “Bambini e ragazzi spesso dimenticati, colpiti perché nel posto sbagliato al momento sbagliato o per il coinvolgimento criminale delle loro famiglie”, si precisa nel volume.
Don Ciotti prosegue la riflessione sui beni confiscati alla mafia perché La Tela è uno di questi. “I beni confiscati e convertiti a uso sociale sono un potente antidoto a questa visione distorta! Quand’è infatti che capiamo fino in fondo il valore delle cose? Quando ci vengono sottratte. Ciò che prima era scontato diventa importante quando dobbiamo farne a meno. I beni confiscati sono un pezzo di bene comune che è stato appunto sottratto alla collettività: credevamo fossero perduti per sempre, invece lo Stato dimostra di poterli riavere indietro, e ce li riaffida. Attraverso l’uso sociale ci dice chiaramente: questo bene è anche tuo! La forza del riutilizzo sociale sta nella sua efficacia simbolica, nella sua visibilità pubblica e nella sua concretezza”.