Ex Ilva: operaio morto sul lavoro. Acli, “è finito il tempo del silenzio”

Foto Calvarese/SIR

Sono trascorsi solo dodici giorni del nuovo anno per listare nuovamente a lutto i cancelli di una fabbrica obsoleta che non cade a pezzi solo metaforicamente ed economicamente, ma collassa – letteralmente – nelle strutture, parimenti agli altiforni che dovrebbero esserne il cuore pulsante. Claudio Salamida, operaio dell’acciaieria2 dell’ex Ilva di Taranto, addetto alle valvole, è precipitato da un’altezza di diversi metri, perdendo la vita per il cedimento del pavimento “grigliato” sul quale svolgeva le sue funzioni di lavoro. “Questa non è fatalità! – ha commentato Giuseppe Mastrocinque, presidente provinciale delle Acli tarantine -. È giunto il momento che non si usino più espressioni che sono false, oltre che offensive verso le vittime e i loro affetti. Come possiamo parlare di fatalità, se a cadere sono passerelle arrugginite, gru senza più accorgimenti di sicurezza, se esplodono altiforni, in un regime di totale assenza di manutenzione ordinaria, non straordinaria! Come Acli, seppure col pudore che oggi dobbiamo a Claudio, non riteniamo che sia il momento del silenzio e della riflessione: questo, per noi, è il momento della rabbia, delle urla e della protesta. Unendoci a quelle della moglie e dei genitori del povero operaio, gridiamo che è giunto il tempo di dire un definitivo ‘Basta così!’ a una mattanza dentro e fuori da uno stabilimento siderurgico che non è sicuro per nessuno e per diverse ragioni, che vanno dalle norme elementari di sicurezza bypassate, agli inquinanti sparsi allegramente su Taranto e tutti i comuni attigui al siderurgico”. “Il silenzio – ha proseguito Mastrocinque – fa il gioco di chi ha interessi a tenere acceso ciò che doveva essere spento quasi quattordici anni fa; fa il gioco di uno Stato che, dopo aver costruito la fabbrica a ridosso della città, oggi si lava le mani e, attendendo investimenti privati che non saranno mai in grado di ambientalizzare realmente lo stabilimento, brucia miliardi di euro di risorse pubbliche che, dal 2012, sarebbero state sufficienti a ricostruire totalmente l’impianto o a smantellarlo, convertendo l’economia del territorio. Il dolore per la morte di Claudio, come quello per la morte di Francesco, di Alessandro e tanti altri padri che non sono tornati a casa dai loro figli, sono lutti di un’intera comunità e non devono essere derubricati a drammi di una sola famiglia. Quelle morti, come le morti silenziose di centinaia di tarantini assassinati dalle emissioni dell’ex Ilva, sono un macigno che pesa sulle spalle della classe politica locale e nazionale, incapace di assumere decisioni capaci di cambiare il destino infausto di questa comunità”. “È l’ora delle scelte: chiudere, riconvertendo l’economia territoriale oppure, se si ritiene imprescindibile mantenere in vita l’impianto, ricostruire la fabbrica completamente con risorse che solo lo Stato può stanziare. Le Acli si sottraggono a questa ipocrisia – ha concluso il presidente provinciale – e chiedono che si metta fine all’accanimento terapeutico su una fabbrica morta oramai da anni”.

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