“Una verifica piena e trasparente sulle condizioni di vita e di dignità all’interno del Cpr di Palazzo San Gervasio”. A chiederla è l’Ufficio Migrantes della Conferenza episcopale di Basilicata dopo la morte nel Centro di permanenza per i rimpatri del giovane tunisino Dhui. “Ne siamo immensamente addolorati”, si legge in un comunicato diffuso oggi. Sulle cause del decesso, Migrantes invita ad attendere l’esito delle indagini e afferma di riporre “fiducia nelle istituzioni competenti affinché venga fatta piena luce sull’accaduto”.
La morte del giovane, avvenuta a due anni da quella di un altro ragazzo, Oussama, nello stesso centro, “impone una riflessione più ampia”. “Chiediamoci – afferma Migrantes – se il punto di criticità non stia proprio nel fatto che i Cpr ancora non garantiscono la massima tutela della dignità di chi finisce dentro”.
Richiamando il principio della dignità della persona, che “appartiene per natura” a ogni essere umano indipendentemente dal ruolo, dalle azioni, dal colore della pelle o dal Paese di provenienza, l’Ufficio regionale chiede di verificare in particolare “l’accesso alle cure sanitarie, l’esistenza di mezzi di comunicazione con l’esterno e di spazi di ascolto e di sostegno soprattutto per le persone più vulnerabili”.
Migrantes Basilicata avanza inoltre una proposta concreta: una “apertura secondo le modalità consentite” del Cpr alle associazioni di volontariato, cattoliche e non, per garantire una presenza capace di offrire “assistenza umana e psicologica, legale e spirituale”, occasioni di ascolto e insegnamento della lingua italiana. “La dignità – conclude l’Ufficio – non è un principio astratto”, ma “una misura molto concreta con cui giudicare e correggere i luoghi in cui viviamo insieme”.