Danimarca: dopo le elezioni, maggioranza di governo incerta. Sul voto hanno pesato più immigrazione e welfare della Groenlandia

Quando Mette Frederiksen, la premier danese, ha convocato le elezioni anticipate per sfruttare la popolarità che sembrava aver avuto la sua reazione alle mire espansionistiche di Donald Trump sulla Groenlandia, non immaginava il risultato che le urne ieri hanno invece svelato. I socialdemocratici di Frederiksen si sono fermati al 21,8%, perdendo quasi sei punti percentuali e 12 seggi nel Folketinget rispetto al voto del 2022. È stato “un grande schiaffo”, secondo la testata televisiva Dr, anche se di per sé, il Partito socialdemocratico è rimasto in testa. Però la coalizione centrista guidata da Frederiksen ha perso la maggioranza. Anche i liberali conservatori di Venstre e i liberali di centro dei Moderati sono usciti male dalle urne: rispettivamente il 10,1% (-3,2) e il 7,7% (-1,6 punti). Ad avere risultati positivi sono stati il Partito popolare socialista (secondo partito con l’11,6%, +3,3%), l’l’Alleanza liberale (al quarto posto con il 9,4%) e il Partito del popolo danese con un sorprendente 9,1% che significa +6,5% rispetto al 2022. Per il Partito socialdemocratico è “il peggior risultato elettorale da oltre un secolo”, perché “le preoccupazioni relative all’immigrazione e al welfare hanno prevalso sul sostegno alla posizione intransigente di Mette Frederiksen nei confronti degli Stati Uniti sulla Groenlandia”, scrive oggi la testata Denmarknews. Dopo la conta dei voti, quella dei seggi per valutare le coalizioni possibili per la formazione di governo. Tutte le ipotesi sono aperte: saranno in minoranza, sia un blocco rosso di sinistra, che un blocco blu di destra, con i Moderati, guidati dal ministro degli Esteri ed ex premier Lars Løkke Rasmussen, se sceglieranno di restare in un rinnovato governo Frederiksen. Ma potrebbero anche virare completamente e radicalmente a destra.

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