Don Peppe Diana “era perfettamente consapevole dei rischi a cui andava incontro, anche se a casa certo non ne parlava con i familiari per non creare allarmi”. Lo dice Sergio Tanzarella, ordinario di Storia della Chiesa nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale a Napoli, dal 2007 professore invitato nell’Università Gregoriana e dal 2023 nella Accademia Alfonsiana a Roma, in un’intervista al Sir, in occasione dei 32 anni dell’uccisione di don Peppe Diana, per mano della camorra. “Nonostante ciò – precisa -, non è venuto meno nella sua missione sacerdotale di parroco, non ha abbandonato coloro che gli erano stati affidati, soprattutto i giovani che ha cercato di liberare dal destino che la camorra aveva segnato per loro e più in generale liberare una comunità dalla rassegnazione. La più grande novità nel mio studio su di lui è avere scoperto come Peppino abbia portato con piena coscienza il peso di questa morte annunciata, le minacce ricevute e il progressivo isolamento nel quale fu costretto a vivere negli ultimi anni. Isolamento civile ed ecclesiale che lo rese più esposto e che gli fece certo paura ma non lo spinse alla rinuncia alla missione”.
C’è un filo rosso che congiunge le testimonianze di don Pino Puglisi, il giudice Rosario Livatino e don Peppino Diana? “Non ho dubbi, è innanzitutto il filo rosso della parresia, della parola libera e liberante dei profeti. Una parola che è giudizio nei confronti delle ingiustizie sistemiche, una parola che non indietreggia dinanzi alle pretese di dominio della criminalità ma che desta allarme anche nell’area grigia della società che si avvantaggia dalla presenza della illegalità diffusa. Tutti e tre avrebbero potuto ritirarsi, ne avevano motivo, giustificazione e possibilità, ma non lasciarono il compito, non abbandonarono il popolo. Un elemento che li accomuna è che sono state persone comuni che hanno operato in realtà periferiche e marginalissime quasi ad indicare che la grandezza di una vita non si misura dall’importanza e visibilità del luogo dove si è realizzata. Il quartiere Brancaccio, Casal di Principe, Canicattì è come se rappresentassero tutta la provincia italiana o i ghetti metropolitani. Un ultimo elemento che unisce questi tre martiri è quello della loro discrezione e modestia, non sono stati personaggi televisivi o alla moda o personalità di rilievo e considerazione. Dalla loro biografia emerge come Dio non scelga i migliori secondo le gerarchie e la meritocrazia del potere e del successo ma i più umili, cioè i più fedeli all’annuncio della sua Parola”.