“La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né soltanto un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia. È il luogo dove la conversione si verifica davvero: il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita”. Lo ha affermato p. Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, nella seconda meditazione quaresimale tenuta questa mattina nell’Aula Paolo VI alla presenza di Papa Leone XIV, dedicata al tema della fraternità. Partendo dall’esperienza di Francesco d’Assisi — “il Signore gli donò dei fratelli, e per lui fu una grande sorpresa” — il predicatore ha richiamato il realismo della Scrittura davanti alla fraternità negata: il racconto di Caino e Abele non ha al centro l’omicidio, ma “la fraternità mancata”. Il nodo sta in “un problema di sguardo”: la reazione di Caino nasce semplicemente dalla presenza dell’altro, che “gli ricorda una verità difficile da accettare: che non siamo soli e che non siamo tutto”. Da qui la domanda che p. Pasolini ha rivolto all’ascoltatore: “Chi è Caino dentro di noi?”. La risposta non è nella fuga, ma nel riconoscimento: “Le persone che riescono davvero a compiere il bene non sono i ‘buoni’, ma coloro che hanno avuto il coraggio di riconoscere la propria ombra”.